Ipotesi su Atlantide, continente perduto

Ipotesi su Atlantide, continente perduto

- in Archeologia Misteriosa
1320
0
atlantide_continente_perduto
Condividi articoloShare on Facebook15Share on Google+32.9kTweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Print this pageEmail this to someone

Il nome Atlantide evoca la mitologia ed il mistero di un’antichissima civiltà, tecnologicamente avanzata ed inabissatasi o distrutta inspiegabilmente, forse a causa di una catastrofe naturale.

Il mito di Atlantide non è prettamente onirico. Le prime notizie sull’esistenza del continente perduto giungono dal filosofo greco Platone, che lo descrisse in due delle sue opere maggiori, il Timeo ed il Crizia.

L’idea di un continente perduto, scomparso e di cui si cercano le prove della reale esistenza, ha suscitato la nascita di mille miti e altrettante leggende, ma v’è da chiedersi, per porsi in un’ottica obiettiva nei confronti del problema, cosa c’è di vero e quanto siano attendibili le eventuali fonti in nostro possesso.

Il primo autore a descrivere Atlantide è stato il filosofo greco Platone, in due suoi famosi dialoghi: Timeo e Crizia. <<[…] da che poi un’isola aveva innanzi dalla bocca, la quale chiamate voi colonne d’Ercole,ed era l’isola più grande che la Libia e l’Asia insieme, […] era passaggio […] a tutto il continente che è a dirimpetto. […] Atlantide […] teneva imperio sovra la Libia infino a Egitto, e sovra l’Europa infino a Tirrenia. […] facendosi terremoti grandi e diluvii, sopravvenendo un dì ed una notte molto terribili, […], e l’Atlantide isola […] inabissando entro il mare, sì sparve. […] ed è inesplorabile; essendo d’impedimento il profondo limo, il quale, all’inabissare dell’isola, si scommosse […]>>.

Trapelano quindi alcune informazioni preziose, che raccontano di una immensa civiltà, si presume ampiamente evoluta, che fu distrutta in un giorno ed una notte di cataclismi. La presenza di un continente perduto è comunque ravvisabile in diverse culture, sorte in epoche e luoghi molto diversi tra loro. Vediamo di schematizzare questo argomento.

Oltre al racconto di Platone, il mito di Atlantide è ricordato dalle tradizioni dei toltechi (popolazione messicana che dichiarava di discendere da una terra denominata Atlan o Aztlan), dei Dakota (popolazione americana che sostiene che un tempo abitavano in un isola che sorgeva più a ovest della loro odierna nazione,  poi sommersa) e dai Maya.

Quindi abbiamo diversi elementi, senza alcun nesso geografico, a meno che non si ammettesse davvero l’esistenza di una grande isola al centro dell’Atlantico (Atlantide), che fungesse da ponte tra il vecchio ed il nuovo continente. Ammettendo che tale isola sia esistita, che tipo di civiltà vi era? Che grado di evoluzione aveva raggiunto? Queste domande sono in parte soddisfatte dalle risposte che si possono evincere dalle “letture” di Cayce.

ATLANTIDE ED EDGAR CAYCE

Il famosissimo veggente americano Edgar Cayce offre un quadro molto dettagliato di Atlantide. Era una civiltà molto evoluta che, a causa di questa evoluzione, cadde in preda delle più turpi tentazioni, voltò le spalle a Dio, rinnegando anni di preziosa ed intelligente evoluzione in nome di un gretto materialismo. Quando si avviò il processo distruttivo, nessuno fu in Atlantide in grado di controllarlo e, in una sola notte, Atlantide scomparve. Questa molto sinteticamente è la storia di Atlantide proposta da Cayce e ricavata sulla base di una lettura comprovata delle “letture” del profeta dormiente. Un dato si nota su tutti, la fine proposta da Cayce è la stessa di cui ci parla Platone nel suo dialogo, e la stessa che più o meno velatamente, più o meno direttamente, trapela dalle leggende sparse per il mondo.

L’IMPORTANZA DEL MITO DI ATLANTIDE

Perché potrebbe essere oltremisura interessante appurare o meno l’esistenza di Atlantide? Per un semplice motivo: è ragionevole pensare che questa grande civiltà, nel giorno della catastrofe perse contemporaneamente tutti i sui abitanti? Nessuno si salvò? Nessuno per caso fortuito si trasse in salvo? Nessuno fu in grado di – malgrado la tecnologia che pare avessero – prevedere la catastrofe e approntare qualche rimedio? E’ difficile ammettere che quel lontano giorno, tutto il sapere di una grande civiltà si perse, tutti i suoi abitanti morirono. In termini statistici è illogico. La statistica, si sa, è l’unica certezza di cui si dispone quando si sconoscono le regole che presiedono a determinati eventi. Cioè, in un determinato numero di casi, molto vicino alla totalità degli stessi, un determinato evento è prodotto da una determinata causa. Quindi, esaminando le più gravi catastrofi di cui abbiamo memoria, nessuna di queste ebbe una forza distruttiva tale da porre nel nulla ogni forma di vita, qualche superstite c’è stato sempre, eccezion fatta per alcuni incidenti aerei, che per loro natura e per il ristretto numero dei soggetti interessati risulta più facile il prodursi di un esito totalmente fatale. Quindi, ammettendo che da Atlantide qualcuno si salvò, è interessante sapere dove andò a ripararsi e presso quali popoli trovò rifugio?

Gli sfuggiti alla catastrofe: gli archivi segreti

Secondo i resoconti di Edgar Cayce, non tutti gli abitanti di Atlantide morirono nella catastrofe. Alcuni fuggirono su imbarcazioni, altri – prevedendo i funesti eventi – si erano già trasferiti altrove, ma dove? Appare ragionevole supporre che, trovandosi Atlantide nell’Atlantico, i superstiti della catastrofe trovarono rifugio presso le coste che si affacciavano su quel mare. Ma non solo, Cayce afferma che essi trovarono rifugio in Spagna, Portogallo, Francia e Britannia, ma anche in Egitto e addirittura in America centrale (Maya). Secondo Cayce, previdenti ed evoluti com’erano, gli Atlantidi superstiti portarono con se degli archivi che sistemarono presso i luoghi in cui trovarono rifugio. Uno di questi (sarebbero tre) si troverebbe sotto le zampe anteriori della Sfinge di Giza, recenti studi sismografici, hanno si rivelato la presenza di crepe sotto le zampe, ma non delle vere e proprie stanze. Tra l’altro Cayce aveva previsto ciò per la fine dell’anno 1999. Un altro segreto archivio, sarebbe stato conservato al sicuro ad Atlantide, nella speranza di un suo risorgere dalle acque. L’ultimo archivio pare sia stato sepolto nello Yucatan, in pieno territorio Maya.

Dove cercare Atlantide?

Dobbiamo ammettere che sapere dell’esistenza di un grande continente perduto e non sapere dove andare a cercarlo, non ci è molto d’aiuto, ma allo stesso tempo possiamo affidarci al prolisso Cayce, che ci ha tramandato anche delle possibili ipotesi. secondo i suoi racconti, le isole di Bimini sarebbero vette di montagne di quella che era un isola molto più vasta (n.b. si noti che l’area è quella adicente al Triangolo delle Bermude). Se questo resoconto è vero, possiamo credere che effettivamente si rifugiarono in Messico dopo la catastrofe, dato che il tragitto da affrontare, in questo caso, è piuttosto breve. Vi è una pseudo prova, nei fondali presso Bimini, è stata rinvenuta quella che a prima vista sembra una costruzione umana, se ciò fosse vero tale costruzione risalirebbe ad almeno 13000 anni fa. Ma questa non è l’unica teoria avvincente su Atlantide, ve n’è sono molte altre ciascuna avvincente ed affascinante.

Il mito di Atlantide nasce dal declino della civiltà cretese?

L’idea più accettabile sul piano archeologico e se si vuole anche storico, è quella secondo la quale la mitica civiltà di Atlantide di cui parla Platone, fosse la civiltà cretese. E’ storicamente accettato – ormai – che la civiltà cretese conobbe una brusca fine, quando la vicina isola Santorini nel 1400 a.C. esplose in una violenta eruzione vulcanica. In seguito a quell’eruzione si sarebbero sollevate altissime onde di maremoto sufficienti a stravolgere e distruggere le coste cretesi. Creta, privata dei suoi sbocchi sul mare sarebbe andata in rapida ed inesorabile decadenza. Se si tiene conto che cretesi ed ateniesi erano nemici, il racconto fornito da Platone potrebbe effettivamente riferirsi alla civiltà cretese, e la nascita del mito di Atlantide sarebbe solo da imputarsi a progressivi rigonfiamenti della storia per via della tradizione orale. Tuttavia, non può tacersi che Platone nei due dialoghi – Timeo e Crizia – afferma categoricamente che Atlantide sorgeva oltre le Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra) e che dominava l’Europa occidentale, la Libia senza riferimento alcuno, nemmeno allusivo, a Creta. Questa teoria, quindi, sebbene probabile sul piano storico non riesce a soddisfare la sete di certezza che aleggia intorno a questo argomento.

Donnely ed i nomi ricorrenti

Ignatius Donnely fu membro del congresso degli Stati uniti d’America che scrisse un’opera che – a tutt’oggi – è considerata una Bibbia del settore: ” Atlantis the Ante-Diluvian World” (Atlantide, il mondo prima del diluvio). Egli era fermamente convinto che il continente di Atlantide si trovasse là dove affermava Platone, mise anche in luce una serie di circostanze che è oltremodo riduttivo definire semplici coincidenze:

Atlante: catene montuosa africana.

Città di Atlanta sulle coste americane.

Atlanti, popolazione che viveva lungo le coste dell’Africa.

Un oceano chiamato Atlantico.

Una divinità chiamata atlante.

In definitiva la tesi di Donnely era che Atlantide fosse abitata da uomini di razza bianca e negra che all’epoca della distruzione migrarono in diversi luoghi tra i quali anche il territorio Maya. Tuttavia gli restava un incolmabile dubbio: dove è finita Atlantide?

Otto Much e i profili dei continenti

Otto Muck è uno scrittore tedesco di discreta fama, la sua popolarità e nata dal modo in cui ha affrontato il problema di Atlantide. Egli partì dai riscontri oggettivi di cui poteva disporre elaborando una singolare teoria. La base della sua teoria stava tutta nella radicale contestazione della Deriva dei Continenti, stando alla quale doveva per forza negarsi l’esistenza di un continente perduto. Egli faceva notare che mentre i profili continentali dell’Africa e dell’America del Sud sembrano combaciare, quelli sulle sponde opposte dell’atlantico settentrionale non combaciavano affatto e – cosa più importante – alcune prove paleontologiche dimostrano che nel periodo dell’Era Glaciale in Europa non arrivava la Corrente del Golfo per via – stando alla teoria di Otto Muck – della <<ingombrante>> presenza di una massa continentale proprio al centro dell’Atlantico. Riprendeva poi il discorso dei profili dei continenti asseriva che se Africa e Brasile combaciavano, non poteva dirsi altrettanto per le regioni dell’Atlantico settentrionale, in questa zona – secondo Otto Muck – era come se esisteva un buco che egli non esitò a definire <<l’ombra di Atlantide>>. Continuò l’elaborazione della sua originalissima tesi, attribuendo la distruzione del continente a fenomeni celesti, come l’impatto con un asteroide, che sconvolse l’equilibrio di quel continente producendone rapidamente la scomparsa.

Charles Hapgood

Era un professore di Storia della Scienza presso il Keene College negli U.S.A. La sua brillantezza mentale e il suo spingersi oltre i canoni accademici furono ignorati da gran parte degli scienziati che lo trattarono con freddezza fino alla sua morte, ma venne senz’altro notato da un uomo che molto ha dato alla scienza, alla fisica e quindi al progresso della razza umana: Albert Einstein. <<[…] Ricevo spesso comunicazioni da persone desiderose di consultarmi in merito a loro idee […] idee del genere sono ben di rado dotate di validità scientifica […] la comunicazione pervenutami da Charles Hapgood ebbe il potere di elettrizzarmi […]>>. La teoria che elettrizzò Einstein era semplice ma dirompente al tempo stesso. Secondo Hapgood l’Antartico non fu sempre coperto dai ghiacci, e addirittura in un tempo remoto godeva di un clima temperato, in quanto si trovava non nella zona in cui si trova adesso, ma circa 4000 chilometri più a nord. L’attuale posizione del continente antartico sarebbe da imputare al fenomeno dello scorrimento della crosta terrestre (= la litosfera subisce una dislocazione slittando sulla massa interna più morbida: come se staccando interamente una buccia d’arancia la si facesse muovere sul frutto interno) e quindi anche il progressivo raffreddamento del continente.

Einstein “aiutò” Hapgood per trovare un fondamento scientifico alla causa scatenante dello slittamento, individuata nel continuo ammassarsi dei ghiacci che inevitabilmente esercitano una pressione asimmetrica sul continente. Oltre a questo interessante studio sulla dinamica di slittamento della crosta terrestre, egli fu l’involontario – quasi – padre di una delle più interessanti teorie sul continente di Atlantide. Secondo questo studioso ci sarebbero delle antiche mappe che dimostrerebbero l’esistenza di una civiltà evoluta, vissuta migliaia di anni fa. Purtroppo la sua interessante teoria doveva aspettare per dimostrare il suo valore, in quanto le stesse premesse dalle quali partiva Hapgood, con un prezioso lavoro scientifico, furono alla base di un libro di un personaggio impreciso, approssimativo e con scarse conoscenze della materia trattata: Erich von Daniken. Nel suo libro zeppo di imprecisioni e vere e proprie improvvisazioni, attribuiva tutta la questione di Atlantide, delle mappe, delle piramidi egizie agli extraterrestri. Queste affermazioni lo qualificarono subito come un ciarlatano e di conseguenza vanificarono anche il prezioso lavoro di Hapgood. Tuttavia Hapgood era un ricercatore instancabile e un giorno mentre casualmente ascoltava una trasmissione radiofonica, sentì parlare di una misteriosa mappa.

La Mappa di Piri Reis 

Dal 6 Luglio 1960 <<[…] la sua richiesta di valutazione di alcune singolari caratteristiche del mappamondo di Piri Reis, è stata accolta. L’ipotesi che la parte inferiore della Carta rappresenti la Costa della Principessa Martha della Terra della Regina Maud e la Penisola Antartica è la più ragionevole. […] Il dettaglio geografico mostrato nella parte inferiore della carta concorda in modo straordinario con il profilo sismico effettuato sulla superficie della cappa di ghiaccio […] del 1949. Ciò sta a indicare che la linea costiera era stata rilevata prima che fosse ricoperta dalla cappa di ghiaccio.[…]>> f.to Harold Z. Ohlmeyer. A Charles Hapgood.

Fa meno rumore lo scoppio di una granata che il tranquillo e pacato tono di questa importantissima missiva di circa 40 anni fa. Perché? Semplicemente perché afferma che ciò che è rappresentato nella mappa di Piri Reis è il continente antartico prima della sua completa glaciazione, che pare avvenne nelle ipotesi più recenti in termini di date non dopo il 5000 a.C. In sostanza come poteva una mappa risalente al 1513 circa riportare i confini di un continente che a quell’epoca era da circa 6.500 anni coperto da chilometri di ghiaccio? Ma c’è di più, l’ammiraglio Piri Reis – il disegnatore di questa mappa – affermò nei suoi diari, o nelle annotazioni a margine della mappa fatte di suo pugno, che tale mappa l’aveva ricavata dal confronto di tante altre mappe antichissime, alcune delle quali erano scampate al rovinoso incendio della biblioteca di Alessandria d’Egitto.

A questo punto si potrebbe senz’altro pensare che si tratti di una beffa ben organizzata da qualcuno, ma pareri di insigni scienziati e professori concordano nell’affermare che la mappa di Piri Reis è un documento autentico nel quale possono riconoscersi senza sforzo alcuno le coste occidentali dell’Africa, quelle orientali del Sud America e – ciò che fa scalpore – quelle settentrionali dell’Antartico. La circostanza che più di tutte deve fare riflettere è quella che essendo l’Antartico stato scoperto solo nel 1818, deve per forza escludersi che le fonti di Piri Reis siano provenienti da esploratori suoi contemporanei. Un’altra circostanza fa restare perplessi: la costa della Terra della Regina Maud, che appare nella mappa sgombera totalmente dai ghiacci. Da studi geologici pare possa affermarsi che l’ultima data utile in cui l’Antartico era sgombero dai ghiacci e quindi era possibile cartografarlo minuziosamente, come appare nella famosa mappa, è il 4000 a.C. (si noti che qualsiasi data prima del 4000 a.C. in cui era possibile trovare l’Antartico sgombero dai ghiacci si aggira dal 13.000 a.C. al 4000 a.C., poiché si presume che l’Antartico ebbe un periodo di circa 9000 di totale disgelo, prima di essere avvolto da una cappa di ghiaccio). La storia a questo punto resta interdetta, poiché non vi è traccia – almeno nel senso storico del termine – di alcuna civiltà avanzata al punto da poter rilevare cartograficamente le coste di quella terra, tra il13.000 ed il 4.000 a.C.

Cartografi prima della storia?

Nelle annotazioni di Piri Reis, non troviamo nulla – se non rapidi accenni a fonti di altri esploratori tra i quali anche Cristoforo Colombo – che possa far luce sulla reale origine della mappa, o meglio riguardo le fonti sulle quali si basa. Una valida teoria, a tal proposito, ci viene proposta da Charles Hapgood. Egli riteneva che molte delle carte fonti di cui parlava l’ammiraglio Piri Reis, e che lo stesso faceva risalire al IV sec. a.C., erano in realtà molto più antiche, e riportavano alla esistenza di una civiltà talmente evoluta da aver cartografato l’intero globo terrestre già prima del 4.000 a.C. Queste mappe – sempre secondo Hapgood – sarebbero state tramandate da popolo a popolo, passando dai Cretesi a i Fenici, agli Egizi, ai Greci e forse anche ai Romani. E’ probabile che queste mappe furono conservate anche presso la biblioteca di Alessandria d’Egitto, e lì furono copiate e collazionate per una più capillare diffusione. Non è inverosimile che da Alessandria queste mappe furono inviate a diversi centri europei, tra i quali non si esclude Costantinopoli che – probabilmente – fu inconsapevole centro di diffusione di queste in tutta l’Europa per via delle Crociate che a partire dal 1204 videro protagonista questa città. E’ proprio a Costantinopoli che fu ritrovata nel 1929 – negli archivi del palazzo Imperiale – la mappa di Piri Reis.

La mappa di Oronzio Fineo

E’ una sorta di mappamondo risalente al 1531, fu studiato e accuratamente spiegato da Charles Hapgood. In questo mappamondo si vedevano rappresentate perfettamente le coste dell’Antartico, tutte. Ma non solo, potevano individuarsi – all’interno di detto continente – catene montuose costiere altre più arretrate, fiumi e sprazzi di vegetazione che lasciavano intendere, oltre ogni dubbio, che si trattava di una mappa disegnata quando l’antartico era sgombro dai ghiacci. Anche questa mappa sembra essere stata ricavata dalla consultazione di mappe e fonti ben più antiche del 1531. Quindi sia la mappa di Piri Reis e sia la mappa di Oronzio Fineo (per non parlare di alcune mappe realizzate da Mercatore), mostrano un dato in comune: il continente Antartico prima della glaciazione che pare sia avvenuta – con una certa rapidità – a partire da 4.000 a.C. La spiegazione a ciò può essere solo una, e ci riporta entro i confini del nostro discorso, l’esistenza di una civiltà evoluta, che viaggiava per mare, che aveva gli strumenti necessari per effettuare i rilevamenti cartografici, che in definitiva avvertì l’esigenza di cartografare l’Antartide, perché?

“Quando venne giù il cielo”, dei coniugi Flem-Ath

Sono due cordiali coniugi canadesi, che nella loro opera, “Quando venne giù il cielo”, danno una plausibilissima spiegazione riguardo al mito di Atlantide. La loro opera nacque da un attento e rigoroso – nonché metodico – studio durato per oltre 15 anni. Nonostante la qualità del lavoro da essi svolto, non riuscirono ad affermare subito i loro sforzi perché: <<[…] basta solo fare io nome di Atlantide e le menti si chiudono [..]>>. Qual era la reale portata della teoria dei coniugi Flem-Ath? La loro teoria prendeva le mosse dagli studi di Charles Hapgood, sullo slittamento della crosta terrestre.

Essi ritenevano che questo fenomeno poteva spiegare i repentini mutamenti climatici che – molto probabilmente hanno interessato – l’Antartide, ma non solo, anche molte parti dell’Europa, in definitiva essi attribuivano a questo spettacolare fenomeno anche le estinzioni di massa verificatesi nel corso dei millenni. I coniugi Flem-Ath, andavano oltre ammettendo che, malgrado tutto, i fenomeni glaciali potevano considerarsi ricorrenti, cioè c’era qualche causa che poteva scatenarli sollecitando lo scorrimento della crosta terrestre. Per dirla con loro, in realtà non si tratterebbe di fenomeni glaciali totali di tutto il pianeta, ma circoscritti alla zona continentale che si trova all’interno dei due circoli polari. In altre parole, mentre tutto il mondo abitato vive in continenti con un clima più o meno stabile e che permette la vita senza troppe difficoltà, vi è un vero e proprio periodo glaciale in atto, che sta interessando principalmente l’Antartide.

L’evidenza di ciò che è nascosto.

Di sicuro sarà capitato a molti di non trovare qualcosa, girare e girare per casa, ripercorrere i luoghi o le strade passate, chiedere i giro e dannarsi di non trovarla e poi – quando non ci si spera più – ecco apparire quel qualcosa proprio davanti ai nostri occhi magari nel punto più in vista della stanza, lì proprio lì, dove era scontato che non ci fosse. Ecco è proprio una situazione simile a questa, che è alla base della sconvolgente teoria dei coniugi Flem-Ath. Secondo loro, perché cercare Atlantide in fondo al mare, perché ostinarsi a credere e ritenere che l’intero continente deve essere andato perduto? Perché non cercarlo nell’unico luogo dove si ritiene per presunzione che non possa esserci? In altre parole, come può perdersi un continente?

Non è più semplice sostenere che probabilmente – in seguito allo scorrimento della crosta terrestre – un continente (patria di un’evolutissima civiltà) si sia improvvisamente trovato a fronteggiare un rapido raffreddamento del suo clima – accompagnato anche da sconvolgimenti geologici – e che abbia preferito emigrare in altre terre che avevano un clima più mite? Secondo i coniugi e gran parte degli studiosi aperti a nuove ed interessanti teorie, certamente si. Se a questa teoria uniamo gli elementi che via via, abbiamo esposto, ecco che tutto diventa più probabile. Abbiamo mappe risalenti a chissà quando che ritraggono l’Antartide sgombro dai ghiacci;

il mito ricorrente in tantissime civiltà [vedi parte seconda] di un continente perduto, patria di una civiltà evoluta;

prove paleontologiche dell’esistenza di un clima sostanzialmente diverso a quello che viviamo oggi;

le “letture” del profeta di Atlantide [vedi parte prima] Edgar Cayce, relative all’esistenza di questo continente;

le interessanti teorie di Hapgood – con la spiegazione di Einstain -, dei coniugi Flem-Ath che insieme sembrano tessere di un unico puzzle.

Su queste basi, sebbene manchi la certezza, si è senz’altro tolto un po’ di “limo” dal fondale melmoso su cui si adagia tutto il mito di Atlantide.

Atlantide risorgerà

La resurrezione di Atlantide, chiude la trattazione di tutte quelle teorie che parlano di questo continente perduto. L’idea di una rinascita dalle acque ci viene dalle “letture” di Cayce, secondo il quale tra il 1968/69 a largo di Bimini, si sarebbe avviato il processo della resurrezione di Atlantide. Nel 1968, 23 anni dopo la morte di Cayce, a largo di Bimini furono trovate delle strane rovine che appaiono essere manufatti umani, risalenti a tempi remotissimi e comunque a quando erano fuori dall’acqua. Il ritrovamento più importante riguarda il famoso Muro di Bimini (vedi foto a lato) esso si presenta: <<Come un esteso lastricato di pietre piatte rettangolari o poligonali[…]evidentemente adattate ed allineate con cura in modo da formare una disposizione che suggeriva, in modo convincente l’intervento dell’uomo>>.

Queste scoperte suscitarono, all’inizio, solo reazioni negative. Poi si scoprì che questa costruzione, il cui utilizzo resta nel campo delle supposizioni, si ramificava nel fondo oceanico, svoltando e seguendo degli immaginari confini di una terra che non si quale fosse. Ma non è ancora tutto, dal 1970 circa è in atto una fitta campagna di voli ricognitivi che hanno messo in evidenza la presenza di costruzioni di foggia umana, sui fondali attorno a Cuba, Haiti e Santo Domingo. Intorno a quegli anni fu scoperto, nelle vicinanze di Andros, una sorta di muro sommerso. Identica scoperta venne effettuata presso Cay Lobos. A nord di Puerto Rico furono visti sott’acqua degli scalini scavati nella roccia continentale, che almeno da 12.000 è sotto il livello del mare.

Al largo della costa dello Yucatan, è possibile scorgere dall’aria molte grandi strade che lasciano dritte il litorale e poi seguono una direzione verso il mare aperto. Sul fondale al largo della Florida si rinvenne una strada perfettamente lastricata e levigata al punto che vennero fissate delle ruote a un sottomarino, e questo percorse la strada sottomarina come fosse stato un’automobile. Adesso l’unico interrogativo che ci rimane è: la resurrezione di Atlantide sarà una resurrezione caratterizza dall’emersione del continente oppure, sarà una resurrezione morale, costituita dal recupero pressoché totale della cultura, conoscenze e storia di questa immensa civiltà? Quindi nell’attesa di risolvere quest’ennesimo enigma, non ci resta altro che preparare la mente alle nuove certezze che, forse, un giorno si potrebbero raggiungere.

Fonte

Condividi articoloShare on Facebook15Share on Google+32.9kTweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Print this pageEmail this to someone

Facebook Comments

Rispondi

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ti potrebbe interessare

TRE PROBLEMI DA RISOLVERE PER TROVARE ATLANTIDE

Condividi articolo1300 Quello di Atlantide, è forse il