LA FORESTA MUMMIFICATA

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- in Luoghi Misteriosi
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Dopo 45 milioni di anni, il loro legno si può ancora bruciare. Eppure quegli alberi, dicono i biologi, qui non avrebbero neppure potuto nascere.

Il primo documento che ne parla è la relazione di una spedizione canadese del 1883: un’intera foresta di alberi simili alle sequoie si cela sotto le sabbie aride e sassose delle isole Axel Heiberg ed Ellesmere (Canada). Eppure queste due isole canadesi si trovano a soli 800 chilometri dal Polo Nord, in un luogo dove la notte dura oltre 4 mesi e nessuna pianta di grandi dimensioni riesce a sopravvivere. Il mistero, con il passare degli anni, si è infittito. Nel 1987, per esempio. lane Francis, all’epoca responsabile del museo artico canadese, scoprì che quelle pigne e quei tronchi perfettamente conservati (tanto che ancora oggi possono alimentare un fuoco) non hanno centinaia di migliaia di anni, come si era sempre pensato, ma ben 45 milioni di anni.

Scienziati e turisti
Così oggi, per i tre mesi estivi dell’anno, queste isole diventano un crocevia di scienziati di ogni parte del mondo, ansiosi di esaminare di persona uno dei maggiori enigmi biologici rimasti sulla faccia del pianeta. Più recentemente, agli scienziati si sono aggiunti i turisti (v. riquadro nette prossime pagine), per i quali vengono organizzate apposite crociere, con la promessa di poter vedere, e magari toccare, alberi vissuti nel più lontano passato della Terra e ancora intatti. Infatti è questo il mistero più evidente: come abbiano fatto queste piante a conservarsi così perfettamente e così a lungo. «Le piante sono mummificate» spiega Richard Jagels, biologo della University of Maine, di Orono (Usa), che ha partecipato a più di una spedizione scientifica ad Axel Heiberg ed Ellesmere. «È in questo modo che il legno ha potuto conservarsi per 45 milioni di anni, pur diventando più scuro e un po’ più denso di quello attuale». Quando la foresta era rigogliosa le piante crescevano per 30 metri e più in altezza. Erano sequoie (Me-tasequoia glyptostroboides) che si riprodussero per circa 1.000 anni, un intervallo stabilito con precisione, grazie alla perfetta conservazione dei fusti che ancora oggi permettono un’accurata lettura degli anelli di crescita. Dopo 10 secoli di vita, la selva scomparve in un lasso di tempo molto breve, probabilmente annegata da gigantesche alluvioni.

Questo legno può bruciare
Proprio la rapidità della sua scomparsa rese possibile la sua straordinaria conservazione. Gran parte dei reperti fossili giunti fino a noi, infatti, hanno potuto conservarsi soltanto grazie alla pietrificazione: il processo con il quale, molecola dopo molecola, i loro componenti organici vengono sostituiti da sostanze minerali che ne conservano la forma. Quando si parla di fossili di dinosauri, per esempio, in realtà si ha a che fare con pietre che riproducono con grande precisione le strutture dell’animale. Le sequoie di Axel Heiberg e di Ellesmere, invece, non sono pietrificate: sono le vere piante di 45 milioni di anni fa, nelle quali la struttura molecolare del legno ha subito un’alterazione chimica li-mitatissima, avendo perso solo una piccola parte di cellulosa. «Nei 28 livelli di sabbie e argille finissime entro cui si trovano i resti della foresta, si incontrano anche pigne e foglie che potrebbero confondersi con i vegetali attuali, se non fosse per il loro colore grigio-bruno» aggiunge Jagels.

Mummie per caso
Insieme ai resti vegetali sono stati trovati frammenti di ossa di lucertole, tartarughe, lemuri, tapiri e serpenti che vivevano nel sottobosco durante l’Eocene. L’Artico, dunque, doveva essere simile a un paradiso sub-tropicale, 45 milioni di anni fa. Probabilmente il clima dell’intera Terra, allora, era più caldo, e solo eccezionalmente il termometro scendeva sotto lo zero. Le notti lunghissime, però, dovevano esserci anche allora… Ma restiamo al primo mistero, quello della mummificazione. I paleontologi hanno immaginato una possibile successione di eventi che la giustificherebbe, ma questa ipotesi richiede una straordinaria serie dì coincidenze. Ecco quali. In primo luogo, l’area in cui cresceva la foresta doveva essere un’ampia pianura fluviale, forse simile alla situazione attuale del delta del Mississippi, nel sud della Louisiana (dove, tra l’altro, cresce una specie di cipresso che è un lontano cugino della Metasequoia). In passato, il Mississippi cambiava spesso il suo percorso in prossimità del delta, e periodicamente inondava le foreste che crescevano lungo gli argini: gli alberi che cadevano in acqua venivano velocemente coperti da argilla fi-nissima che ne frenava il degrado biologico.

Niente metalli
Tuttavia, in tempi molto lunghi anche le piante sommerse si decompongono a causa delle reazioni chimiche con gli elementi disciolti nell’acqua. Un’abbondanza di metalli come il ferro, per esempio, produce idrossido ferroso che è aggressivo con il legno e lo distrugge. L’acqua di Axel Heiberg doveva quindi essere assolutamente priva di metalli. In secondo luogo doveva possedere un’al-calinità (l’opposto dell’acidità) tale da opporsi esattamente all’acidità prodotta dalle sequoie in acqua, per creare un ambiente del tutto neutro. In tempi più o meno lunghi, infatti, un ambiente acido avrebbe disgregato il legno. In ogni caso, con il passare del tempo, una parte della cellulosa doveva per forza degradarsi, aumentando l’acidità dell’acqua. Che cosa fu, allora, a bloccare ancora la decomposizione? Secondo gli scienziati, l’unica ipotesi è che sia intervenuto un progressivo abbassamento della temperatura, durato fino ai giorni nostri. La forza di aggressione di un’acqua acida, infatti, è regolata dalla temperatura.

Bevevano acqua tropicale
II secondo mistero, che in parte è stato risolto proprio durante l’ultima spedizione (quella dell’estate 2001), riguarda le piogge che, al tempo della foresta, dovevano essere sicuramente abbondanti per alimentare un simile habitat a 80° di latitudine nord. Le perplessità degli scienziati nascevano dal fatto che, anche se all’epoca i mari circostanti erano più caldi (oggi le temperature variano tra i -35 °C in inverno e +1 °C in estate, mentre le precipitazioni non superano i 150 mm all’anno), l’evaporazione locale non poteva produrre tutto il vapore acqueo necessario. Hope Jahren. della Johns Hop-kins University (Usa), è riuscita infine a stabilire che sull’isola cadeva acqua evaporata ai tropici. «Lo abbiamo capito studiando il rapporto degli isotopi (atomi con lo stesso numero di protoni, ma diverso numero di neutroni) dell’ossigeno dell’acqua presenti nel legno. Se l’acqua che evapora in un luogo precipita sulla stessa area, produce un certo rapporto di isotopi dell’ossigeno. Se invece percorre lunghe distanze sotto forma di vapore prima di precipitare al suolo, il rapporto degli isotopi può variare. I nostri risultati indicano che quell’acqua veniva appunto dai tropici, anche se nessuno è ancora riuscito a creare un modello capace di spiegare una simile circolazione atmosferica» conclude la Jahren.

Senza o con troppa luce
Rimane la terza domanda, questa sì ancora totalmente senza risposta. «Come fece a svilupparsi una foresta oltre 2 mila chilometri più a nord dell’attuale limite settentrionale per le piante ad alto fusto?» si chiedono i ricercatori. Il problema non è tanto la temperatura, ma l’illuminazione. A una latitudine così estrema, infatti, la notte dura oltre 4 mesi consecutivi. «E oggi non esistono piante in grado di vivere in simili condizioni, tanto meno un’intera foresta. È come se si costringesse una persona a non dormire per 4 mesi e poi la si obbligasse al letargo per un periodo altrettanto lungo» spiega la Jahren.

Questione di metabolismo
La Terra ruotava forse in modo diverso da oggi? No. Il segreto di quell’antica foresta, secondo la ri-cercatrice, deve risiedere nel metabolismo delle piante che in qualche modo differiva profondamente da quello dei loro “parenti” attuali, nonostante l’estrema somiglianzà esteriore, evidente anche nelle foto presentate in queste pagine. La Jahren. comunque, è certa che. prima o poi, si troverà una risposta convincente anche all’ultimo enigma. «Grazie alle analisi chimiche che in futuro si potranno realizzare sui campioni da noi raccolti, si arriverà infine a capire come visse, si addormentò e rimase integra fino ai nostri giorni la foresta dei misteri».

ne parla è la relazione di una spedizione canadese del 1883: un’intera foresta di alberi simili alle sequoie si cela sotto le sabbie aride e sassose delle isole Axel Heiberg ed Ellesmere (Canada). Eppure queste due isole canadesi si trovano a soli 800 chilometri dal Polo Nord, in un luogo dove la notte dura oltre 4 mesi e nessuna pianta di grandi dimensioni riesce a sopravvivere. Il mistero, con il passare degli anni, si è infittito. Nel 1987, per esempio. lane Francis, all’epoca responsabile del museo artico canadese, scoprì che quelle pigne e quei tronchi perfettamente conservati (tanto che ancora oggi possono alimentare un fuoco) non hanno centinaia di migliaia di anni, come si era sempre pensato, ma ben 45 milioni di anni.

Scienziati e turisti
Così oggi, per i tre mesi estivi dell’anno, queste isole diventano un crocevia di scienziati di ogni parte del mondo, ansiosi di esaminare di persona uno dei maggiori enigmi biologici rimasti sulla faccia del pianeta. Più recentemente, agli scienziati si sono aggiunti i turisti (v. riquadro nette prossime pagine), per i quali vengono organizzate apposite crociere, con la promessa di poter vedere, e magari toccare, alberi vissuti nel più lontano passato della Terra e ancora intatti. Infatti è questo il mistero più evidente: come abbiano fatto queste piante a conservarsi così perfettamente e così a lungo. «Le piante sono mummificate» spiega Richard Jagels, biologo della University of Maine, di Orono (Usa), che ha partecipato a più di una spedizione scientifica ad Axel Heiberg ed Ellesmere. «È in questo modo che il legno ha potuto conservarsi per 45 milioni di anni, pur diventando più scuro e un po’ più denso di quello attuale». Quando la foresta era rigogliosa le piante crescevano per 30 metri e più in altezza. Erano sequoie (Me-tasequoia glyptostroboides) che si riprodussero per circa 1.000 anni, un intervallo stabilito con precisione, grazie alla perfetta conservazione dei fusti che ancora oggi permettono un’accurata lettura degli anelli di crescita. Dopo 10 secoli di vita, la selva scomparve in un lasso di tempo molto breve, probabilmente annegata da gigantesche alluvioni.

Questo legno può bruciare
Proprio la rapidità della sua scomparsa rese possibile la sua straordinaria conservazione. Gran parte dei reperti fossili giunti fino a noi, infatti, hanno potuto conservarsi soltanto grazie alla pietrificazione: il processo con il quale, molecola dopo molecola, i loro componenti organici vengono sostituiti da sostanze minerali che ne conservano la forma. Quando si parla di fossili di dinosauri, per esempio, in realtà si ha a che fare con pietre che riproducono con grande precisione le strutture dell’animale. Le sequoie di Axel Heiberg e di Ellesmere, invece, non sono pietrificate: sono le vere piante di 45 milioni di anni fa, nelle quali la struttura molecolare del legno ha subito un’alterazione chimica li-mitatissima, avendo perso solo una piccola parte di cellulosa. «Nei 28 livelli di sabbie e argille finissime entro cui si trovano i resti della foresta, si incontrano anche pigne e foglie che potrebbero confondersi con i vegetali attuali, se non fosse per il loro colore grigio-bruno» aggiunge Jagels.

Mummie per caso
Insieme ai resti vegetali sono stati trovati frammenti di ossa di lucertole, tartarughe, lemuri, tapiri e serpenti che vivevano nel sottobosco durante l’Eocene. L’Artico, dunque, doveva essere simile a un paradiso sub-tropicale, 45 milioni di anni fa. Probabilmente il clima dell’intera Terra, allora, era più caldo, e solo eccezionalmente il termometro scendeva sotto lo zero. Le notti lunghissime, però, dovevano esserci anche allora… Ma restiamo al primo mistero, quello della mummificazione. I paleontologi hanno immaginato una possibile successione di eventi che la giustificherebbe, ma questa ipotesi richiede una straordinaria serie dì coincidenze. Ecco quali. In primo luogo, l’area in cui cresceva la foresta doveva essere un’ampia pianura fluviale, forse simile alla situazione attuale del delta del Mississippi, nel sud della Louisiana (dove, tra l’altro, cresce una specie di cipresso che è un lontano cugino della Metasequoia). In passato, il Mississippi cambiava spesso il suo percorso in prossimità del delta, e periodicamente inondava le foreste che crescevano lungo gli argini: gli alberi che cadevano in acqua venivano velocemente coperti da argilla fi-nissima che ne frenava il degrado biologico.

Niente metalli
Tuttavia, in tempi molto lunghi anche le piante sommerse si decompongono a causa delle reazioni chimiche con gli elementi disciolti nell’acqua. Un’abbondanza di metalli come il ferro, per esempio, produce idrossido ferroso che è aggressivo con il legno e lo distrugge. L’acqua di Axel Heiberg doveva quindi essere assolutamente priva di metalli. In secondo luogo doveva possedere un’al-calinità (l’opposto dell’acidità) tale da opporsi esattamente all’acidità prodotta dalle sequoie in acqua, per creare un ambiente del tutto neutro. In tempi più o meno lunghi, infatti, un ambiente acido avrebbe disgregato il legno. In ogni caso, con il passare del tempo, una parte della cellulosa doveva per forza degradarsi, aumentando l’acidità dell’acqua. Che cosa fu, allora, a bloccare ancora la decomposizione? Secondo gli scienziati, l’unica ipotesi è che sia intervenuto un progressivo abbassamento della temperatura, durato fino ai giorni nostri. La forza di aggressione di un’acqua acida, infatti, è regolata dalla temperatura.

Bevevano acqua tropicale
II secondo mistero, che in parte è stato risolto proprio durante l’ultima spedizione (quella dell’estate 2001), riguarda le piogge che, al tempo della foresta, dovevano essere sicuramente abbondanti per alimentare un simile habitat a 80° di latitudine nord. Le perplessità degli scienziati nascevano dal fatto che, anche se all’epoca i mari circostanti erano più caldi (oggi le temperature variano tra i -35 °C in inverno e +1 °C in estate, mentre le precipitazioni non superano i 150 mm all’anno), l’evaporazione locale non poteva produrre tutto il vapore acqueo necessario. Hope Jahren. della Johns Hop-kins University (Usa), è riuscita infine a stabilire che sull’isola cadeva acqua evaporata ai tropici. «Lo abbiamo capito studiando il rapporto degli isotopi (atomi con lo stesso numero di protoni, ma diverso numero di neutroni) dell’ossigeno dell’acqua presenti nel legno. Se l’acqua che evapora in un luogo precipita sulla stessa area, produce un certo rapporto di isotopi dell’ossigeno. Se invece percorre lunghe distanze sotto forma di vapore prima di precipitare al suolo, il rapporto degli isotopi può variare. I nostri risultati indicano che quell’acqua veniva appunto dai tropici, anche se nessuno è ancora riuscito a creare un modello capace di spiegare una simile circolazione atmosferica» conclude la Jahren.

Senza o con troppa luce
Rimane la terza domanda, questa sì ancora totalmente senza risposta. «Come fece a svilupparsi una foresta oltre 2 mila chilometri più a nord dell’attuale limite settentrionale per le piante ad alto fusto?» si chiedono i ricercatori. Il problema non è tanto la temperatura, ma l’illuminazione. A una latitudine così estrema, infatti, la notte dura oltre 4 mesi consecutivi. «E oggi non esistono piante in grado di vivere in simili condizioni, tanto meno un’intera foresta. È come se si costringesse una persona a non dormire per 4 mesi e poi la si obbligasse al letargo per un periodo altrettanto lungo» spiega la Jahren.

Questione di metabolismo
La Terra ruotava forse in modo diverso da oggi? No. Il segreto di quell’antica foresta, secondo la ri-cercatrice, deve risiedere nel metabolismo delle piante che in qualche modo differiva profondamente da quello dei loro “parenti” attuali, nonostante l’estrema somiglianzà esteriore, evidente anche nelle foto presentate in queste pagine. La Jahren. comunque, è certa che. prima o poi, si troverà una risposta convincente anche all’ultimo enigma. «Grazie alle analisi chimiche che in futuro si potranno realizzare sui campioni da noi raccolti, si arriverà infine a capire come visse, si addormentò e rimase integra fino ai nostri giorni la foresta dei misteri».

Fonte: Paranormal.altervista.org

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