Il carteggio segreto Mussolini – Churchill

Il carteggio segreto Mussolini – Churchill

- in Misteri e Storia
1501
0
mussolini-churchill
Condividi articoloShare on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Print this pageEmail this to someone

TUTTA LA VERITA’ SUL CARTEGGIO SEGRETO MUSSOLINI – CHURCHILL. FATTI ED EVENTI CHE POTREBBERO RISCRIVERE LA STORIA DEL ‘900 E “RIABILITARE” LA FIGURA DEL DUCE E DELL’ITALIA DEL SECONDO CONFLITTO BELLICO.

La corrispondenza ci fu: «Questi documenti valgono per l’Italia più di una guerra vinta», confidò Mussolini al gerarca Alessandro Pavolini nel marzo 1945, «perché documentano la malafede inglese e chiariranno al mondo le vere ragioni del nostro intervento al fianco della Germania»

Ora c’è la prova: il carteggio fra Benito Mussolini e Winston Churchill di cui si discute da quasi 70 anni è esistito davvero. Decine di lettere che, se pubblicate, rivoluzionerebbero la storia del Novecento. Nel 1940, infatti, il premier inglese intrattenne una corrispondenza segreta col duce. Fino a maggio premeva perché restasse neutrale. Poi, caduta la Francia, avrebbe addirittura mostrato comprensione per l’entrata italiana in guerra: sperava che Mussolini mitigasse le richieste di Adolf Hitler al tavolo della pace. Lo stesso Churchill, infatti, in quei giorni temeva la sconfitta della Gran Bretagna. «Questi documenti valgono per l’Italia più di una guerra vinta», confidò Mussolini al gerarca Alessandro Pavolini nel marzo 1945, «perché documentano la malafede inglese e chiariranno al mondo le vere ragioni del nostro intervento al fianco della Germania».

GLI INCONTRI CON GLI EMISSARI – È certo, poi, che nel 1944-45 il duce incontrò due volte emissari britannici al confine svizzero, di nascosto dai tedeschi. Secondo alcuni, per trattare una pace separata con gli Alleati. O, più probabilmente, per cedere i suoi dossier in cambio di qualche condizione di favore nella resa imminente. Oggi è in grado di documentare che i misteriosi traffici sul carteggio furono gestiti da un regista occulto, uomo dei servizi segreti italiani. A Dongo (alto lago di Como) alla fine dell’aprile 1945, nelle ore in cui si compì la fine del duce, questo convitato di pietra riuscì a infiltrarsi abilmente nel gruppo dei partigiani che catturarono il dittatore. Condizionò la sorte dei documenti che questi portava con sé, e che sparirono.

L’AVVOCATO FASCISTA – Grazie alla collaborazione di uno storico fiorentino, Alberto Maria Fortuna, che in decenni di ricerche ha raccolto materiali di enorme importanza, ora conosciamo i retroscena sull’attività di questa figura enigmatica. Sveliamone l’identità: è l’avvocato fiorentino Bruno Piero Puccioni, nato nel 1903 (e morto nel 1990), fascista della prima ora, deputato dal 1939 al ’43, nipote del geografo e podestà di Firenze Giotto Dainelli.

QUELLA SPIA PROCURO’ SOLDI USA ALLO MSI – Puccioni era uomo del Sim, il Servizio informazioni militare dell’esercito italiano, dunque specializzato nel lavoro di spionaggio con i nomi in codice “Cei” e “Bartolomeo Prosperi”. Durante la Repubblica sociale italiana agì come «pontiere», stabilendo contatti tra le due parti in lotta fratricida per raffreddare la spirale della guerra civile. Dopo il conflitto, sono documentati i suoi stretti rapporti con gli americani: fu tra i fondatori del Movimento sociale e collettore di finanziamenti statunitensi per legare stabilmente il partito neofascista alla scelta atlantica che si stava profilando. Appare sorprendente che un fascista, per giunta legato al ringhioso ras di Cremona Roberto Farinacci, potesse entrare nelle grazie dei partigiani, fino a pilotarne la decisioni. Ma è esattamente quanto accadde.
 
CARPI’ LA FIDUCIA DEI PARTIGIANIPuccioni, sfollato nel paese di Domaso (Como), riuscì a carpire man mano la fiducia dei partigiani di orientamento moderato che operavano nella zona. Ma vi è un motivo squisitamente personale perché ciò accadde: la 52ª Brigata Garibaldi, che controllava il territorio dell’alto lago, era guidata da un nobile fiorentino, Pier Luigi Bellini delle Stelle, nome di battaglia “Pedro”. Questi, nato nel 1920, era figlio di un colonnello del “Savoia Cavalleria” conosciuto da Puccioni. Al legale fiorentino non fu difficile calamitare, oltre a Bellini delle Stelle, anche il resto dei partigiani di fede anticomunista. Tra essi il braccio destro di “Pedro”, il finanziere Urbano Lazzaro “Bill”, il pescatore socialista Aldo Castelli “Pinon”, Stefano Tunesi, Gianfranco Venini e altri.

DOVEVANO UCCIDERLO – Puccioni, sfruttando le sue conoscenze ai vertici di Salò, riuscì a salvare la pelle a decine di resistenti, qualificandosi come loro protettore. Ecco perché quando Radio Londra, nel febbraio 1945, lanciò una “fatwa” indicando, tra i nomi dei fascisti da eliminare, anche quello di Puccioni, scoppiò una violenta discussione nella formazione comandata da Bellini delle Stelle. Il comunista Michele Moretti, commissario politico della 52ª Brigata (da molti indicato come il vero esecutore di Mussolini e di Claretta Petacci), propose di ammazzare Puccioni, ma “Pinon” insorse dicendo che l’ex gerarca di Firenze aveva reso notevoli servigi ai partigiani. Così non se ne fece nulla.
Nei giorni della cattura di Mussolini Puccioni fu il terminale di una vasta operazione che, sotto la regia degli americani, voleva salvaguardare la vita del dittatore. Si prevedeva di nascondere il duce a villa Camilla, residenza di Puccioni, in attesa che il prigioniero fosse posto a disposizione degli americani. I partigiani però decisero di procedere diversamente: portarono Mussolini prima nella casermetta della Guardia di Finanza di Germasino, sopra Dongo, e poi nella casa dei contadini De Maria, a Mezzegra. Infine, com’è noto, l’arrivo a Dongo il 28 aprile del colonnello “Valerio”, alias Walter Audisio, fece precipitare le cose in una direzione opposta a quella auspicata da Bellini delle Stelle e dal suo consigliori, Puccioni: il Duce venne fucilato sul posto.

CONTATTI RISERVATISSIMI GIA’ DAL 1935 – È anche risaputo che Mussolini portò con sé, fino a Dongo, almeno due borse colme di documenti. Si trattava di incartamenti di grande valore politico, che i partigiani sequestrarono ed esaminarono. Di quali documenti si trattava? E che fine fecero?
È una questione che gli storici dibattono accanitamente da decenni. I partigiani che catturarono il capo del fascismo sono sempre stati concordi nell’affermare che i dossier di Mussolini comprendevano l’epistolario tra lui e Hitler, documenti sul processo di Verona a Galeazzo Ciano e agli altri congiurati del 25 luglio 1943, carte sull’entrata in guerra dell’Italia, una cartella di contenuto scandalistico sulle inclinazioni omosessuali di Umberto di Savoia, più altri materiali.
Nessuna conferma, da parte dei protagonisti della fine del dittatore, è invece mai giunta a proposito dell’esistenza, tra i documenti, del carteggio con Churchill. Però lo statista d’Oltremanica giunse in incognito sul lago di Como nel settembre 1945.

LA STRANA VACANZA DI CHURCILL IN ITALIA – Chi scrive ha documentato gli incontri e i passi compiuti dall’ex premier britannico, durante quella ben strana vacanza sul Lario. Mosse che, lungi dall’allontanare i sospetti circa l’esistenza di quelle carte, eccitano le curiosità. Secondo le ricostruzioni più accreditate, infatti, il duce e Churchill si scambiarono messaggi fin dai tempi della guerra d’Etiopia (1935), la corrispondenza si sarebbe infittita dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale (1939), e i contatti segreti proseguirono fino al 1945.

LA CACCIA ALLE CARTE – Ora l’archivio inedito di Puccioni svela che i partigiani sapevano molto più di quanto hanno ammesso. A villa Camilla Puccioni, “Bill” e “Pedro” tra il 29 aprile e i primi di maggio esaminarono a lungo il carteggio Churchill-Mussolini. I presenti, quasi tutti di fede monarchica, decisero che il dossier su Umberto di Savoia fosse sottratto per essere consegnato a Casa Reale. Così avvenne. E il dossier Churchill, che fine fece? Non lo sappiamo, anche se è lecito supporre che qualcuno lo consegnò ai britannici. Ma v’è di più. Un epistolario del dopoguerra, intercorso tra Puccioni e il comandante Bellini delle Stelle, documenta che un’intensa “caccia alle carte” ebbe luogo alcuni anni dopo. Tra il 1949 e il ’52 l’avvocato fiorentino e “Pedro” furono sulle tracce dello scomparso epistolario tra il duce e Churchill. A quale scopo? Forse si pensava di utilizzarlo come merce di scambio a vantaggio dell’Italia nelle colossali partite politico-diplomatiche che si stavano giocando (una fra tutte: il destino di Trieste, tornata all’Italia solo nel 1954). Chi poteva disporre di quel sancta sanctorum? È probabile che Churchill recuperò il suo carteggio con Mussolini durante la villeggiatura del 1945. Ma di quell’epistolario erano state fatte copie, per cui è probabile che, a distanza di anni, ne esistessero altri spezzoni. Le lettere fra Bellini e Puccioni che pubblichiamo smentiscono le dichiarazioni giurate rilasciate dal comandante “Pedro” nel 1947, nelle quali escludeva il ritrovamento di lettere di Churchill nelle borse.

 

AFFERMAZIONI COMPROMETTENTI DEL PARTIGIANO – Nelle sue lettere al legale fiorentino, Bellini delle Stelle si abbandona infatti ad affermazioni compromettenti come questa, del 7 maggio 1949: «Il carteggio [Churchill-Mussolini, ndr] pare sia andato a chi già supponevamo, ma seguendo tutt’altra via da quella che ho dapprima seguito. Tutta questa nuova faccenda mi sembra un po’ troppo romanzata e avvolta da misteri e da morti: pare però che seguendo questa via si possa giungere ad entrare in possesso di una copia fotografica di tutti i 63 fogli che componevano il carteggio».

 

IL POSSESSORE NON MOLLA – Incitato da Puccioni, Bellini moltiplica gli sforzi per impossessarsi dell’ambita preda. Il 20 dicembre 1949, in un’altra lettera, “Pedro” spiega che il detentore vuole lucrare sulla cessione del tesoro: «Il possessore di quei documenti non vuole mollare. Lui crede di avere in mano una fortuna e di poter ricavare dalla cessione una somma del tutto sproporzionata alla loro importanza e alle nostre possibilità […]. Comunque non c’è possibilità di accordo sul prezzo. Sono anche stato a Domaso ed ho parlato con Gianfranco [Venini]. Non mi è riuscito tirarne fuori niente. Nega assolutamente di saperne qualcosa. Non mi ha convinto completamente, faceva un po’ troppo il finto tonto». Questi oscuri traffici proseguirono per anni.  Puccioni seguitò a reggere le fila degli antichi rapporti di complicità, sorti sulla comune partecipazione ai lontani avvenimenti, ed esercitò una pesante influenza sui partigiani che aveva iniziato a condizionare nel 1944. Quando “Pedro” e “Bill” negli anni Sessanta pubblicarono un libro-memoriale, Puccioni ne volle controllare il testo in bozze prima che fosse dato alle stampe. Ancora nel 1984, dopo la scomparsa di Bellini, Tunesi scrisse al legale fiorentino di nutrire il desiderio di ritrovarsi insieme, a parlare dei «famosi “documenti”» e della loro misteriosa sorte. Sei anni dopo, Puccioni morì.

Fonte: OGGI.IT

Condividi articoloShare on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Print this pageEmail this to someone

Facebook Comments

Rispondi

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ti potrebbe interessare

I RESTI DI ALESSANDRO MAGNO SONO SEPOLTI A VENEZIA NELLA BASILICA DI SAN MARCO?

Condividi articolo000 I RESTI DI ALESSANDRO MAGNO SONO