Alberto Stasi condannato a 16 anni di carcere

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La Corte di Assise di Appello di Milano ha condannato Alberto Stasi a 16 anni per l’omicidio di Chiara Pioggi.

La condanna segue a due assoluzioni consecutive (in primo e secondo grado) ed al successivo annullamento con rinvio disposto dalla Corte di Cassazione.

Alberto Stasi, unico imputato per il delitto di Chiara Poggi, uccisa nella villetta di Garlasco il 13 agosto 2007, è stato condannato a 16 anni di reclusione. Così ha deciso la Corte d’Assise d’Appello di Milano. In precedenza, la Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura generale e delle parti civili, aveva disposto l’annullamento con rinvio della sentenza di assoluzione disposta in secondo grado.  Fra i giudici, quindi, hanno fatto breccia le argomentazioni del sostituto procuratore generale Roberto Aniello, che in udienza aveva ricostruito i passaggi chiave del caso, per arrivare a dire che Stasi era l’unico, tra quanti conoscevano bene Chiara e la sua casa, ad avere un movente. E pur senza mai usare la parola “colpevole”, ha però concentrato su di lui i riflettori.

Il provvedimento della Cassazione incrinava l’impianto delle due sentenze di primo e secondo grado, che il 17 dicembre 2009 e il 6 dicembre 2011 avevano assolto l’ex bocconiano fidanzato della vittima per prove insufficienti. “Sono dispiaciuto, non si capisce il motivo“, dichiarava Stasi a Fabio Giarda, uno dei suoi avvocati, che fuori dall’aula della Suprema corte lo aveva chiamato al telefono subito dopo che il presidente della prima sezione penale, Paolo Bardovagni, aveva letto il verdetto. Stasi non era in aula. “Non ce l’aspettavamo – aveva ammesso Giarda – Ora attendiamo le motivazioni per vedere se la Cassazione ha accolto i motivi di ricorso o ha solo accettato le richieste di rinnovazione. Continuiamo a credere – ha aggiunto – che Alberto sia innocente. C’è sempre stata l’associazione: ‘avere giustizia’ uguale ‘condanna di Alberto’. Anche noi vogliamo giustizia e siamo d’accordo in questo con la famiglia di Chiara, ma questo non può passare dalla condanna di Alberto se non ci sono prove“.

Anche la mamma di Chiara tornava a chiedere “verità”. “Sono contenta che la Cassazione abbia capito – dice emozionata ma senza gridare vittoria, Rita Poggi – Io voglio la verità su Chiara, voglio solo quello. Sono quasi sei anni che aspetto”. Le analisi sul capello trovato nella mano di Chiara, il dna della vittima sui pedali della bici di Alberto, le scarpe pulite del ragazzo benché fosse entrato nella villetta del delitto e fosse stato proprio lui a chiamare il 118: sono sempre stati tanti i punti di domanda sul caso a cui finora è stata data una risposta insufficiente supportata da insufficienti verifiche, secondo i Poggi e il loro avvocato Gianluigi Tizzoni. Lui non era in Cassazione. C’era l’altro legale di parte civile, Francesco Campagna, “contento che le nostre valutazioni abbiano trovato autorevole conferma“.

E c’era il cugino di Chiara, Paolo Reale, ingegnere informatico incaricato delle perizie sul pc di Stasi e sulla chiavetta usb del Chiara. In quella chiavetta, circa un mese prima dell’omicidio, Chiara aveva salvato degli articoli di giornale che riguardavano casi di pedopornografia, ha ricordato Reale ai cronisti che gli chiedevano del movente del delitto e di un possibile nesso con i file pedopornografici trovati nel computer di Alberto, per i quali quest’ultimo è già stato condannato. “Non si può dire se ci sia un collegamento, credo che il movente vada cercato nella dinamica di coppia: in questa vicenda ci sono tanti puntini, ma manca un tratto che li unisce”.

Adesso, la Corte di Assise di Appello di Milano ha messo un nuovo sigillo sul caso. Alberto Stasi è colpevole dell’omicidio di Chiara Pioggi ed è stato condannato a 16 anni di reclusione. Una pena che stà a metà strada tra l’innocenza e la colpevolezza. Una pena che, probabilmente, a fronte di prove di dubbia evidenza, la Corte Di Assise Di Appello di Milano, avrebbe potuto comminare proprio per non eludere il dictum della Corte di Cassazione.

Ovviamente, l’imputato ricorrerà ulteriormente in Cassazione. .

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