Delitto di Via Caravaggio

Delitto di Via Caravaggio

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Nel 1975, a Napoli, viene perpetrato un efferato delitto. La strage viene scoperta 9 giorni dopo il suo verificarsi ovvero l’8 Novembre del 1975. In realtà, le indagini proveranno che il reato era stato commesso il 30 Ottobre. Il luogo è un’abitazione sita in Via Caravaggio. Per questo motivo, il delitto è passato alle cronache come “La strage di Via Caravaggio”.

La notte del 30 Ottobre 1975, nella loro casa, furono uccisi Domenico Santangelo, 54 anni, rappresentante di vendita, la sua seconda moglie Gemma Cenname, 50 anni, ostetrica e la figlia di lui, Angela Santangelo, 19 anni, impiegata dell’INAM. Un delitto barbaro e dai contorni macabri.

Venne ucciso anche Dick, il loro cagnolino Yorkshire terrier. A scoprire i cadaveri furono le forze dell’ordine, allertate dai familiari della Cenname, preoccupati dal silenzio della famiglia.

Ai vigili del fuoco ed ai poliziotti che entrarono per primi nell’abitazione in Via Caravaggio si presentò una scena terribile: i due coniugi vennero ritrovati dentro la vasca da bagno, insieme a ciò che restava del loro cagnolino, mentre il cadavere di Angela fu ritrovato avvolto tra lenzuola e coperte sul letto della camera matrimoniale della casa.

Tutte le vittime erano state colpite sulla testa con un colpo contundente e poi finite con un colpo di coltello alla gola, sgozzate. La casa era piena di sangue, con delle pozze e delle scie nelle camere e nel corridoio che sarebbero state utili alle indagini.

Nei giorni seguenti al rinvenimento dei cadaveri le indagini portano a stabilire il giorno del delitto nella sera del 30 ottobre. A quel giorno, alle 22.30 di sera, si ferma il diario della ragazzaAngela, che in quei giorni si trovava a casa per un’influenza. Il giorno seguente il suo ragazzo cercò più volte di contattare Angela per telefono, e citofonò a casa, senza ricevere risposta. Stessa cosa per i familiare della Cenname, che aspettarono però parecchi giorni prima di presentarsi in questura.

Dopo la scoperta dei cadaveri, poi, alcuni dei condomini di via Caravaggio riferirono alle forze dell’ordine di aver sentito dei rumori, dei tonfi, delle grida soffocate, provenire da quell’appartamento la notte del 30 ottobre, e che quei rumori durano per parecchie ore, dalle 22.30 circa fino alle 5 del mattino. Da questi punti fermi, poi, le indagini sono andate avanti.

Ben presto, i sospetti si incentrano su un nipote di Gemma Cemmane e gli inquirenti si convincono che ad ammazzare la famiglia sia stato proprio lui, Domenico Zarrelli, giovane e corpulento studente universitario fuoricorso che avrebbe reagito con enorme violenza di fronte al rifiuto della zia di prestargli del denaro.

Il ragazzo viene arrestato, processato pochi mesi dopo e condannato in primo grado all’ergastolo. È lo stesso Zarrelli a raccontare quel periodo difficile, che va dall’arresto fino alla condanna in primo grado e successivamente fino al processo d’appello, che lo assolve per insufficienza di prove.

Ma intanto sono già passati tre anni dal delitto, anni che lo hanno visto indossare, per l’opinione pubblica, la maschera del mostro. La sua assoluzione verrà confermata con formula piena anche in Cassazione.

Quali sono, quindi, le altre possibili strade percorribili per scovare il colpevole o i colpevoli? Intanto sembra certo che il signor Santangelo abbia aperto la porta a un uomo che conosceva, visto che era tarda sera, e visto che lo ha accolto nel suo studio (dove poi è stato ucciso) offrendogli da bere.

Si parlava ad esempio di un medico dell’INAM che conosceva Angela e che pare avesse una relazione con lei. Quella pista viene battuta a fondo, senza portare a nulla. Si pensa anche un uomo che poteva aver avuto una relazione con la Cenname, o a una vendetta nei confronti di Santangelo. Nessuna ipotesi sembra però portare a niente.

Una pista che invece si apre è quella ‘calabrese’: ad uccidere la famiglia Santangelo potrebbero essere state più persone, appartenenti a una cosca. Pochi giorni prima del delitto Angela aveva confidato a un collega di essere preoccupata. La signora Cemmane, tempo prima, aveva infatti affittato un casolare di campagna di sua proprietà, fuori dell’uscita dell’autostrada di Capua, a un uomo che si era sempre presentato come ‘l’ingegnere’.

In realtà era un perito chimico, che non aveva mai pagato l’affitto. Santangelo, per rientrare in possesso dell’immobile, aveva sostituito su consiglio dell’avvocato le serrature, scoprendo all’interno del casolare degli oggetti che fecero pensare subito a qualche attività illecita: brandine, passamontagna, catene. Anche questa pista non venne però seguita a dovere e cadde.

Cesare Bocci e la dottoressa Di Giulio hanno analizzato la scena del crimine e sottolineato le prove che è stato possibile raccogliere sul posto: prima di tutto delle impronte di scarpa numero 41-42 (il sospettato Zarrelli ad esempio calzava 45-46) impresse nel sangue e trovate sia in camera da letto, vicino al cadavere della ragazza, che in cucina, dove venne uccisa la Cennema, che nel corridoio, rimasta probabilemnte durante la fase di trasporto dei cadaveri in bagno.

Inoltre, nel salotto, sono state trovate tracce di sangue sul davanzale della finestra, come se qualcuno vi si fosse appoggiato, e dei mozziconi di sigaretta. Altri mozziconi vennero infine ritrovati in dei posaceneri del salotto.

Intanto, secondo la dottoressa Di Giulio, considerando che l’impronta della scarpa è rimasta nel sangue, sostanza che è soggetta a mutamenti, la misurazione è approssimativa. Il numero della scarpa potrebbe quindi anche essere maggiore. Questo è un indizio in più, ma non è il solo. Secondo una testimonianza  (un vicino della famiglia Santangelo), infatti, i rumori e i passi provenienti dall’appartamento del delitto, quella notte, potevano essere riferiti almeno a due persone.

Oggi ci potrebbero quindi essere dei nuovi punti da cui partire per un nuovo lavoro investigativo e per trovare i colpevoli di un delitto così efferato che è ancora insoluto.

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