Talmud Babilonese.Testimonianze rabbiniche sulla storicità di Gesù

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Talmud Babilonese

 Riferimento a Gesù in Sanhedrin, 43a

Talmud_BabiloneseIl Talmud Babilonese è considerato un testo sacro dell’Ebraismo. Esso raccoglie in forma scritta la Torah (la Legge) orale, trasmessa a partire da Mosè in forma non scritta dalle varie scuole rabbiniche fino alla caduta di Gerusalemme nella guerra giudaica del 66-74 dopo Cristo. Con la distruzione del secondo tempio nel 70 d.C., la fine della successiva guerra di Bar Kokhba contro i Romani (135 d.C.) e l’inizio della diaspora degli ebrei, gli antichi insegnamenti che si tramandavano solo oralmente a commento o integrazione della Torah scritta (i primi cinque libri della Bibbia) furono messi per iscritto per timore che andassero perduti dalle generazioni successive. Il Talmud Babilonese è costituito da una raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti (hakhamim) e i maestri (rabbi) riguardanti le applicazioni e i problemi pratici della Torah scritta. Il Talmud si articola su due livelli, il primo e più antico, chiamato Misnah (che significa ripetizione), raccoglie le discussioni dei maestri fino al II secolo dopo Cristo; il secondo, denominato Ghemarah (che significa completamento), costituisce invece una specie di commento ad integrazione di quanto scritto nella sezione Misnah, compilato tra il II e il V secolo dopo Cristo. In un passo di un trattato appartenente al Talmud Babilonese, il Sanhedrin, si accenna ad un personaggio chiamato Gesù. Sanhedrin è il termine che corrisponde al Sinedrio, la più alta istituzione in materia legale che ci fosse presso gli ebrei nel I secolo dopo Cristo. L’argomento principale di questo trattato è relativo alla costituzione, ai poteri e alle funzioni di questa alta corte. Nel trattato Sanhedrin sono presenti entrambi i livelli, la parte Misnah e il suo completamento Ghemarah che contiene anche esempi pratici legati alle attività del Sinedrio. Poiché la Torah orale venne messa per iscritto nel Talmud non prima del II secolo dopo Cristo, quando l’antico Sinedrio non era più in funzione da molto tempo, vi sono delle incongruenze tra alcune procedure seguite dal Sinedrio descritte nel Nuovo Testamento e in Giuseppe Flavio e quanto riportato nel trattato noto come Sanhedrin. 

Nel Talmud Babilonese si riporta la citazione del passo relativo a Gesù nel Sanhedrin. Essa è tratta dal Soncino Babylonian Talmud, la traduzione in inglese del Talmud eseguita sotto la direzione del rabbi I. Epstein e pubblicata dalla Soncino Press.  In questa edizione del Talmud la citazione appare in Sanhedrin, folio 43a.

 

MISNAH Se dunque lo troveranno innocente allora lo rilasceranno; ma in caso contrario egli dovrà essere lapidato e un araldo lo annuncerà gridando: così e così, il figlio di così e così sta per essere lapidato perchè ha commesso questa e quella azione e questo e quello sono i testimoni. Chiunque sappia qualcosa a sua discolpa venga e lo dichiari.

GHEMARAH  Abbaye (1) disse che deve anche essere annunciata: il tal giorno, in questa o quella ora e in quel determinato posto [fu commesso il crimine], in modo che si possa eventualmente presentare qualcuno a conoscenza [del contrario] e possano tornare a riunirsi per valutare i testimoni zomemim (2).

“E un araldo lo annuncerà” ecc… questo implica solo immediatamente prima [dell’esecuzione], non molto tempo prima. [Contrariamente a questo] si insegnava: Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell’esecuzione, un araldo gridava “Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l’apostasia. Chiunque sappia qualcosa a sua discolpa venga e difenda il suo operato”. Poiché nessuna testimonianza fu mai portata in suo favore, egli fu appeso alla vigilia della Pasqua. – Replicò Ulla: “Pensi che egli sia stato uno per il quale ci si sarebbe potuta attendere una discolpa? Non era egli un sobillatore, riguardo cui la Scrittura dice: non perdonarlo, non coprire la sua colpa? (3) Con Gesù comunque fu diverso, perchè stava vicino al regno.”

I nostri rabbi insegnavano: Gesù aveva cinque discepoli, Matthai, Nakai, Nezer, Buni e Todah.

Da: Soncino Babylonian Talmud, editor I. Epstein, Tractate Sanhedrin, folio 43a, London, Soncino Press, 1935-1948.

Il passo della Misnah di Sanhedrin 43a afferma che la condanna a morte di una persona, una volta che è stata inflitta dal Sinedrio, deve essere sempre preceduta da un pubblico annuncio operato da un araldo. Ma quando deve essere proclamato questo annuncio di morte? Quanto tempo deve trascorrere dal momento in cui viene decretata e autorizzata la condanna a morte di un imputato da parte del Sinedrio al momento in cui essa viene materialmente eseguita? La questione è evidentemente cruciale dal momento che la comparsa di eventuali testimoni in favore del condannato, prima della esecuzione della sentenza, può portare ad una revisione del processo ed eventualmente alla assoluzione. La spiegazione supplementare che compare nella Ghemarah, il commento ad integrazione della Misnah, è che il tempo che deve trascorrere deve essere molto breve, l’annuncio dell’araldo deve essere effettuato pubblicamente solo poco prima che la condanna a morte venga eseguita. Ma la Ghemarah riporta una eccezione, l’esempio pratico di Gesù, la cui condanna a morte venne annunciata, secondo antichi racconti, ben quaranta giorni prima dell’esecuzione. Ma quale Gesù deve qui essere inteso? E’ possibile che il citato Gesù sia Gesù Cristo? Esploreremo le due soluzioni che sono state proposte dagli studiosi del Talmud, valutandone pregi e difetti.

Allusione a Gesù Cristo, argomenti a favore

Il Talmud Babilonese offre altri spunti. In prima istanza si può ipotizzare che il passo sia riferito a Gesù Cristo, il maestro e Messia dei cristiani. Esaminiamo nel dettaglio le considerazioni a sostegno di questa ipotesi di lavoro. L’edizione di r. Epstein, in una nota a commento del passo, informa che questo riferimento a Gesù veniva omesso nelle edizioni censurate del Sanhedrin (4), a conferma del fatto che anche molti interpreti del passato hanno inteso che esso alludesse a Gesù Cristo. Inoltre, sempre dai commenti del rabbi I. Epstein, apprendiamo che un manoscritto (denominato come “M”) riporta Gesù Nazareno invece che solo Gesù, mentre un altro manoscritto ancora, invece della frase “egli fu appeso alla vigilia della Pasqua” nella parte conclusiva della citazione di cui sopra, legge: “egli fu appeso alla vigilia del sabato della Pasqua“, concordando con il Vangelo di Giovanni (5). Pertanto il personaggio cui allude questo insegnamento rabbinico sembra proprio coincidere con la vicenda storica di Gesù Cristo, alcuni manoscritti talmudici paiono rafforzare questa identificazione. Si noterà che il passo talmudico utilizza qui il verbo “appendere” (taldth) in luogo di “crocifiggere”. Si tratta di un possibile riferimento alla morte di Gesù Cristo che, sebbene ad un primo esame risulti generalmente estraneo alla terminologia del Nuovo Testamento, ha comunque in esso qualche parallelo riconducibile direttamente alla crocifissione. Nel Nuovo Testamento greco viene usualmente impiegato per la crocifissione romana il verbo staurÒw. Ma vi sono alcune eccezioni, per esempio in Atti 5:30 Pietro davanti al Sinedrio dice, riferendosi a quanto era successo a Gesù: “Ön Øme‹j dieceir…sasqe krem£santej™pˆ xÚlou” che in greco significa: “che voi avete ucciso appendendolo ad un legno“, in quanto il verbo greco krem£nnumi è qui traducibile con appendere ed è utilizzato in modo perifrastico per riferirsi alla crocifissione. IAtti 10:39 Pietro afferma, riprendendo le stesse parole che aveva usato davanti al Sinedrio: “kaˆ ¢ne‹lan krem£santej ™pˆ xÚlou” che in greco significa: “ed essi lo uccisero appendendolo a un legno“.

Paolo, nella lettera ai Galati, allude a un passo dell’Antico Testamento, Deut. 21:22-23, mettendolo in relazione con la crocifissione di Gesù: “epikat£ratoj p©j Рkrem£menoj ™pˆ xÚlou” che significa: “maledetto chi è appeso ad un legno” (cfr. Galati 3:13). In Deut. 19:19-20 è scritto infatti:

Deuteronomio 21:22-23 – [22] Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero (la LXX legge qui: krem£shte aÙtÕn ™pˆ xÚlou), [23] il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità.

Ritorneremo tra breve su questo passo del Deuteronomio in quanto esso può essere letto in una prospettiva diversa con riferimento all’interpretazione di Sanh. 43a. Anche Luca 23:39 utilizza il verbo greco per “appendere” (krem£nnumi) con chiaro riferimento alla crocifissione di uno dei malfattori che venne condannato assieme a Gesù: eŒj d tîn kremasqšntwnkakoÚrgwn ™blasf»mei aÙtÕn” (uno dei malfattori appesi lo insultava). Il verbo greco nei quattro passi che abbiamo citato e che si riferiscono alla condanna a morte di Gesù è sempre lo stesso: krem£nnumi, che significa appendere. Quindi, sebbene non sia una modalità molto diffusa per descrivere la morte di Gesù, persino il Nuovo Testamento greco in alcuni casi usa riferirsi alla crocifissione con il verbo “appendere”. Osserviamo poi che il riferimento alla vigilia della Pasqua ebraica quale giorno della crocifissione di Gesù è sostanzialmente coerente con quanto riportato nei Vangeli. Il testo rabbinico non riporta un giorno preciso, sebbene dalla nota critica di Epstein si deduca che un manoscritto riporta che la Pasqua cadeva quell’anno di sabato, in linea con quanto riportato nel Vangelo di Giovanni. E’ noto che la data dell’ultima cena costituisce un caso molto delicato in quanto le fonti evangeliche sembrano essere in contraddizione tra loro e si è persino ipotizzato che Gesù e i discepoli utilizzassero un calendario diverso da quello degli altri Giudei per celebrare l’ultima cena prima della Pasqua ebraica. Infine nel Sanhedrin abbiamo un riferimento all’araldo che per quaranta giorni avrebbe annunciato la morte di Gesù “per lapidazione”. Nel Nuovo Testamento sono molti i passi in cui Gesù sta per essere lapidato dalle folle. Sia il Nuovo Testamento che questa citazione rabbinica, volendo leggere in essa una testimonianza relativa a Gesù Cristo, sono quindi concordi nel sostenere che Gesù non morì lapidato bensì crocifisso (o appeso), ma il Nuovo Testamento sembra poi discostarsi da questa descrizione dei fatti in quanto non riporta in alcun punto che un araldo per quaranta giorni proclamava pubblicamente la messa a morte di Gesù. In questo punto il testo rabbinico è quindi ambiguo e può essere interpretato in vari modi, del resto il fatto che sia stato inserito nella Ghemarah significa proprio che è un caso di discussione e oggetto di dibattito. Un altro elemento favorevole alla identificazione del personaggio con Gesù Cristo è dato dalla motivazione della condanna, che sarebbe avvenuta per stregoneria e per apostasia. I miracoli compiuti da Gesù Cristo potevano essere facilmente interpretati come opere di magia o stregoneria da parte degli ebrei, così come l’accusa di apostasia, di abbandonare cioè la religione ebraica e di indurre il popolo di Israele a fare altrettanto, sono accuse ricorrenti dei Giudei nei confronti dei cristiani e si inquadrano perfettamente nel contesto della predicazione di Gesù e di quella successiva dei discepoli.

Veniamo ad una valutazione della attendibilità di questa testimonianza rabbinica, se pensata come allusione a Gesù Cristo. Chiaramente il passaggio non è una costruzione cristiana, comparendo in un testo ebraico del tutto estraneo all’ambiente cristiano: esso afferma infatti che Gesù fu giustamente condannato dal Sinedrio, in quanto praticava la stregoneria e allontanava il popolo dalla religione ebraica. Inoltre questo brano è uno di quelli che furono censurati nelle edizioni medievali e rinascimentali del Talmud, di conseguenza è sempre stato osteggiato dalla Chiesa. Il punto chiave è se questa testimonianza si riferisca a fatti storici reali e tramandati con precisione nella storia rabbinica oppure se sia un passo aggiunto molto tardi nella Ghemarah come polemica anticristiana, basato su presunti vecchi racconti del tutto avulsi dalla realtà. Come abbiamo detto, la messa per iscritto della Misnah talmudica è iniziata soltanto verso il II secolo dopo Cristo; inoltre questo commento, comparendo nella Ghemarah, è probabilmente ancora più tardo dato che questo livello del Talmud si sviluppò cronologicamente ben dopo la stesura della Misnah. Poiché riporta un insegnamento del rabbi Abbaye, vissuto nel IV secolo dopo Cristo, il passo è presumibilmente posteriore o al più contemporaneo ad esso, è stato dunque composto molto tempo dopo la condanna a morte di Gesù. Un motivo per inserire un simile riferimento nel Talmud da parte degli ebrei potrebbe essere per ribadire che la condanna di Gesù fu innanzitutto eseguita per motivi più che legittimi (l’accusa di praticare la stregoneria e, soprattutto, di distruggere la religione mosaica) e fu annunciata con molto tempo in modo che eventuali testimonianze a discolpa di Gesù potessero essere valutate, in accordo alla Misnah. Da questa prospettiva, sembra una aperta polemica nei confronti del racconto evangelico di un processo affrettato per condannare Gesù il più velocemente possibile. In sostanza si tenta di sostenere la correttezza del processo a Gesù Cristo. Osserviamo poi che il passo è riportato nella Ghemarah a motivo di critica; non è del tutto chiaro comunque se il commento intenda dire che tutto l’antico insegnamento su Gesù non era coerente con la Misnah oppure se sia in discussione solo il fatto che la vecchia tradizione sosteneva che la condanna di Gesù fu annunciata per quaranta giorni, contrariamente all’interpretazione della Misnah che vuole la condanna a morte annunciata solo pochissimo tempo prima dell’esecuzione.

Johann Maier in Jesus von Nazareth in der talmudischen Überlieferung, Darmstad, 1978 conclude che Snahedrin 43a non parla di Gesù di Nazaret. Joseph Klausner, nella sua opera Jesus of Nazareth. His Life, Times, and Teaching, Macmillian, New York, 1925, considera invece Sahn. 43a come uno dei rarissimi passi talmudici in cui realmente si allude a Gesù Cristo. Anche John P. Meier  ritiene che il passo sia riconducibile a Gesù Cristo, tuttavia lo respinge come fonte per lo studio del Gesù storico e conclude il paragrafo ad esso dedicato con le parole: “Tutto considerato, qui non c’è niente che non sappiamo dai vangeli e molto verosimilmente il testo talmudico è semplicemente una reazione alla tradizione evangelica” (6)

Allusione a Gesù Cristo, elementi contrari

Esaminiamo ora le testimonianze a sostegno della seconda ipotesi, secondo cui il personaggio citato dal Sanhedrin non è Gesù Cristo ma un personaggio sconosciuto. Un primo elemento a sostegno di questa tesi è dato dal fatto che il racconto, subito dopo quanto riportato sopra, prosegue dicendo che il citato Gesù aveva cinque discepoli che si chiamavano Matthai, Nakai, Nezer, Buni e Todah. Questi discepoli, secondo la Ghemarah, vennero tutti giustiziati. Anche Gesù secondo il Nuovo Testamento ebbe certamente dei discepoli, ma i nomi, a parte forse il Matthai che potrebbe essere ricondotto a Matteo, non coincidono con quelli di Sanhedrin, così come diverso è il numero di essi (7). Molti dei discepoli del Gesù evangelico furono effettivamente uccisi, ma in un momento successivo alla morte in croce di Gesù. Si deve comunque notare che il passaggio talmudico non è chiaro sul momento in cui vennero uccisi i discepoli e non precisa se i cinque seguaci di Gesù vennero uccisi contemporaneamente a lui oppure in un secondo momento, di conseguenza restano aperte varie ipotesi di lavoro. Un secondo motivo della critica alla identificazione con Gesù Cristo è dato dal riferimento al passo del Deuteronomio, riguardante gli appesi. Sebbene esistano episodi storici che provano che in alcuni casi non sempre fu così, la crocifissione non era un tipo di condanna a morte prescritto dalla legge mosaica (8). Il citato passo di Deut. 21:22-23 viene interpretato dagli esegeti ebrei non come un passaggio che autorizza o allude alla pratica della crocifissione, bensì come una sorta di pubblica gogna alla quale il cadavere di un condannato veniva sottoposto dopo l’esecuzione, che avveniva generalmente per lapidazione essendo evitata la crocifissione in uso presso altre popolazioni pagane. Questo ostacolo, in linea di principio, potrebbe essere superato osservando che nel caso di Gesù Cristo la condanna per crocifissione fu eseguita dai Romani, dunque i Giudei non violarono alcuna prescrizione contraria alla crocifissione, avendo soltanto condannato alla lapidazione Gesù.  Tuttavia, sulla base dell’interpretazione ebraica di Deut. 21:22-23, si può anche affermare che il Gesù di Sanhedrin 43a non necessariamente morì a causa di una crocifissione, bensì fu prima lapidato – e questa fu la sua reale punizione, come del resto afferma la prima parte del passo talmudico – quindi appeso a un palo o a un albero, come prescritto da Deut. 21:22-23, affinché la sua condanna fosse un ammonimento al popolo. Per quanto concerne il nome di Gesù, spesso nel Talmud non è un termine riconducibile ad un nome di persona, bensì una sorta di codice o acronimo che viene utilizzato per riferirsi a una persona indegna, della quale non si vuole neppure riportare il nome in forma scritta. Il codice è costituito da Y = ymmach (sia cancellato), SH = shmò (nome suo), U = uzrichò (e ricordo suo). Sulla base di questa osservazione non desta meraviglia che il nome di un condannato a morte per stregoneria e per aver condotto Israele verso l’apostasia sia contrassegnato da questa sigla infamante. Infine, si può osservare che la frase conclusiva “stava vicino al regno” ha un significato non del tutto chiaro. Si potrebbe sostenere qui che il Gesù di cui si parla nel testo di Sanhedrin era un collaborazionista, vicino al regno o al governo dei Romani, quindi venne prima condannato dal Sinedrio, poi però venne ucciso in un’altro modo, forse dai Romani, oppure dagli stessi ebrei che lo giustiziarono (9). La sua storia si sovrapporrebbe quindi per pura coincidenza e solo in parte con quella del Gesù Cristo dei Vangeli cristiani. Evidentemente, poi, come brigante o sobillatore Gesù aveva un certo numero di discepoli che vennero tutti giustiziati.

 Riferimento al Vangelo in Tosefta Yadaim

Tosefta è una seconda raccolta di scritti rabbinici a commento della Misnah, la Torah (o legge) orale messa per iscritto a partire dal II secolo. In Tosefta Yadaim, un’opera rabbinica, abbiamo il seguente passaggio:

rotoli del Vangelo (ha-gilyônim, se questo termine significa davvero rotoli) e i libri dei “Minim” non sporcano le mani.


I “Minim” sono degli eretici o apostati, come potrebbero essere i cristiani agli occhi degli ebrei. Il termine gillayôn è aramaico e sembra essere connesso alla parola cuaggelion che riferisce il Vangelo dei cristiani, derivato dal grecoeuaggelion (
eÙaggšlion). Il termine greco eÙaggšlion ha un preciso significato, vuole dire “buna notizia”, non deriva da una traslitterazione di qualche parola semitica: saremmo quindi davanti a una traslitterazione dal greco all’aramaico, daeuaggelion gli ebrei avrebbero ricostruito cuaggelion e quindi in aramaico la parola gillayôn. Pertanto la frase della Tosefta Yadaim sembra affermare che, come è ovvio, per gli ebrei i Vangeli e i libri scritti dai primi cristiani (chiamati genericamente come Mimim) non sono da considerarsi testi sacri, sono quindi da escludere dal canone ebraico e da guardare con sospetto. Nella terminologia rabbinica, infatti, si dice che un libro “sporca le mani” quando è sacro e contiene la parola di Dio. La Torah e tutti i libri del canone ebraico sporcano le mani. Invece un qualunque testo pagano “non sporca le mani”. Questo passaggio sarebbe la prova dell’esistenza di rotoli cristiani, i Vangeli, scritti in aramaico/ebraico attorno ai quali si discuteva circa la canonicità. Questo è il punto di vista di C. Torrey  che è stato un grande sostenitore dell’origine semitica del testo dei nostri Vangeli, i quali ci sono pervenuti però solo in greco (10). Tuttavia questa interpretazione viene contestata in quanto non è dimostrabile che ha-gilyônim riferisca proprio rotoli scritti dai cristiani, i Vangeli, potrebbe semplicemente riferirsi ai libri sacri (ebraici) posseduti materialmente dagli eretici, cristiani o meno che fossero. E’ discutibile poi lo stesso postulato legame di gillayôn con il nostro termine Vangelo, in greco eÙaggšlion.  Nella Tosefta Yadaim, cfr. 3:4-5, abbiamo infatti anche il passo:

[3:4] Gli spazi bianchi di un rotolo [delle sacre scritture] [gillayôn sheba sêpher] che si trovano sopra e sotto la colonna della scrittura e che sono all’inizio e alla fine sporcano le mani. Tutte le sacre scritture sporcano le mani. [4:5] Il Cantico dei Cantici e l’Ecclesiaste sporcano le mani.


Da questo passaggio notiamo che gillayôn significa qualcos’altro rispetto al nostro usuale termine “Vangelo”, sembra piuttosto un termine tecnico per definire la porzione superiore ed inferiore di un rotolo della sacra scrittura, i margini del rotolo che non venivano scritti. Osserviamo che Isaia 8:1 “Il Signore mi disse: «Prenditi una grande tavoletta e scrivici con caratteri ordinari: A Mahèr-salàl-cash-baz»”; è interessante qui notare come il termine “grande tavoletta” sia stato tradotto in italiano dall’ebraico gillâyôwn e dal greco della LXX 
tÒmoj. Questo è l’unico passo dell’Antico Testamento che utilizza la parola gillâyôwn.


NOTE AL TESTO

(1) Il rabbi Abbaye (280-339 d.C.)

(2) Zomem, pl. zomemim, in ebraico è un testimone che dichiara il falso davanti ai giudici in un processo (cfr. Deut. 19:18-19).

(3) Citazione di una frase da Deut. 13:9.

(4) Scrive I. Epstein: “The two passages that follow have been expugned in all censored editions (as to the historical value to be attached to them, v. Klausner, Jesus, p. 27ff)”. I due passaggi omessi sono quelli di Gemerah, il primo riguardante Gesù, il secondo il racconto dei cinque discepoli. Il Talmud venne censurato dalla Chiesa e a partire dal medioevo, quando non venne vietato del tutto, furono permesse solo edizioni censurate nelle quali alcuni passaggi considerati offensivi nei confronti dei cristiani, tra i quali Sanh. 43a, furono omessi, per un sunto cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Talmud La vicenda delle edizioni censurate ha peraltro a mio avviso un corollario. Se oggi un passo come Sanh. 43a potrebbe avere un grande valore per la storicità di Gesù Cristo, nel passato e fino all’inizio delle ricerche storico-critiche su Gesù e il proto cristianesimo, che iniziarono grosso modo con l’illuminismo, la storicità di Gesù non fu mai messa seriamente in discussione, anzi la Chiesa censurava opere che pur contenendo possibili riferimenti a Gesù potevano avere contenuti offensivi nei confronti del cristianesimo. Difficilmente, dunque, un falsario in epoca medievale o rinascimentale avrebbe mai interpolato un’opera inserendo in essa contenuti negativi nei confronti della religione cristiana. Oltre alle edizioni talmudiche censurate sono prova di questo asserto quelle frasi del testimonium flavianum chiaramente interpolate e la lettera di Publio Lentulo, interpolazioni nelle quali sono esaltate in modo enfatico le qualità positive di Gesù Cristo e/o dei cristiani.

(5) Scrive I. Epstein: “Ms. M adds the Nasarean” e ancora: “A Florentine Ms. adds: and the eve of Sabbath”.

(6) John P. Meier, Un ebreo marginale, Ripensare il Gesù storico, Vol. I, trad. it. di L. de Santis, Queriniana, Brescia, 2006, pag. 101. Titolo originale dell’opera: A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus, Vol. I, Doubleay, New York,1991.

(7) J. Klausner associa i nomi dei cinque discepoli risp. a Matteo, Luca, Andrea, Giovanni e Taddeo. Soprattutto la menzione di Luca non farebbe confermare che, nella migliore delle ipotesi, il passo è tardo e costituisce semplicemente una reazione ebraica al cristianesimo e non la registrazione di un fatto realmente accaduto. Cfr. John P. Meier, op. cit., pag. 101, nota 51.

(8) Spesso, esaminando i casi storici concreti, si evince che un conto sono le leggi della Toràh e del Talmud, altra cosa quello che poi i sommi sacerdoti e i sovrani hanno commesso nella pratica o fecero commettere ad altri. Risulta infatti che Alessandro Ianneo, della dinastia asmonea, discendente dei Maccabei, che fu sommo sacerdote e re di Giudea dal 103 al 76 a.C., fece crocifiggere attorno alle mura di Gerusalemme ottocento oppositori, molto probabilmente farisei, che non avevano voluto riconoscere la sua autorità di sommo sacerdote. L’episodio è riportato in Giuseppe Flavio, cfr. Ant. 13:380, il quale utilizza nel passaggio il verbo greco staurÒw che significa crocifiggere, non appendere o altro. Al medesimo fatto storico molto probabilmente allude anche il commento qumranico al profeta Nahum, 4QpNah, databile al I sec. a.C., che denota Alessandro Ianneo con il nome in codice di Leone Furioso.

(9) Per esempio nel corso di una delle due rivolte giudaiche, nel 66-74 o nel 132-135 d.C. quando i nazionalisti giudei si rivoltarono contro i Romani e riservarono un trattamento spietato ai collaborazionisti.

(10) C. Torrey, Documents of the primitive Church, 1942, Cap. 3, Aramaic Gospels in the Synagogue.

Fonte: Gianluigi Bastia http://digilander.libero.it/Hard_Rain/storia/Talmud.htm

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