L’ENIGMA DEL CIFRARIO DI BEALE

L’ENIGMA DEL CIFRARIO DI BEALE
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Il cifrario di Beale rappresenta uno dei più grandi misteri ed enigmi crittografici non ancora risolti.

Il cifrario di Beale è costituito da tre messaggi crittografati lasciati ad un amico da Thomas Jefferson Beale nel 1822. 

Nel mese di Gennaio del 1822, Thomas J. Beale, avventuriero di professione, alloggiò in Virginia, presso una locanda gestita da tale Robert Morris, con cui familiarizzò ed elaborò una sincera amicizia. Al momento della sua partenza, Beale consegnò a Morris una scatola di metallo, chiusa a chiave, invitandolo a custodirla gelosamente ed a non aprirla prima del suo ritorno o di altra persona che ne avrebbe reclamato la proprietà. 

Dopo circa due anni di assenza, Thomas Beale inviò all’amico una lettera, in cui gli ripeteva le assicurazioni precedentemente date ed in cui lo pregava di non aprire la scatola fino al mese di Giugno del 1832. Lo informò che al suo interno avrebbe trovato tre messaggi scritti di suo pugno e che l’unico metodo per decifrarli era una chiave crittografata che solo lui possedeva. I messaggi contenevano l’ubicazione di un immenso tesoro (che Beale ed i suoi compagni di avventura avevano scoperto nel 1817), la sua descrizione ed i nomi di coloro che avrebbero dovuto beneficiarne.

Beale non si fece più vivo, nè alcun altra persona reclamò la proprietà della scatola, e trascorsi oltre dieci anni, Robert Morris si decise ad aprirla, tramite l’aiuto di un fabbro. Al suo interno, come riferito da Beale, trovò due lettere a lui indirizzate e tre messaggi interamente composti da cifre numeriche. Non conoscendo il metodo di decrittazione non riuscì a leggerne il contenuto e decise di affidarsi ad un amico qualificato. Quest’ultimo, dopo approfonditi tentativi, riuscì a decifrare il secondo messaggio, la cui chiave di decrittatura era rappresentata dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. 

In sostanza, Beale aveva numerato ogni parola da 1 a 1322 ed aveva usato quel numero come equivalente di cifra per la prima lettera della parola. Il cifrario venne reso pubblico e nel 1885 venne pubblicato un opuscolo dal titolo “The Thomas Beale Papers“, con l’obiettivo di rendere quanto più ampia possibile la decifrazione degli altri due messaggi.

Questi ultimi, ancora oggi, non sono stati decriptati. Inizialmente, si ipotizzò che la chiave criptata potesse essere rappresentata da altri importanti testi storici (quali la Bibbia, il Vangelo o l’Amleto) ma, alla fine, ogni tentativo risultò vano. 

Nel 1964 il Dott. Carl Hammer di Washington programmò elaborati testi statistici per visualizzare le caratteristiche e le singolarità del crittogramma. Analizzò la distribuzione dei numeri, le somme e gli schemi matematici. Tutto ciò confermò solo che il documento numero uno è stato cifrato con lo stesso sistema del secondo. Ma neppure Hammer non ha risolto l’enigma.

Ancora oggi, chi riuscirà a risolvere il cifrario, potrebbe divenire proprietario dell’ingente tesoro, che nel 1800 aveva una stima di circa 220.000 dollari.

L’unica fonte storica della vicenda è rappresentata dal piccolo opuscolo pubblicato nel 1885, che contiene anche il testo decifrato ovvero: “Ho depositato nella contea di Bedford, a circa quattro miglia da Buford’s, in una fossa, o cripta, sei piedi sotto la superficie del suolo, i seguenti articoli, appartenenti nel loro insieme alle parti i cui nomi sono forniti nell’allegato «3»: Il primo deposito è consistito in mille e quattordici libbre d’oro, e in tremilaottocentododici libbre d’argento, depositate nel novembre 1819. Il secondo è stato effettuato nel dicembre 1821, ed è consistito in millenovecentosette libbre d’oro, e milleduecentottantotto libbre d’argento; nonché in gioielli acquistati a St. Louis in cambio dell’argento per economia di trasporto, valutati 13.000 dollari. Quanto sopra è conservato in modo sicuro in recipienti di ferro, con coperchi di ferro. La cripta è rozzamente rivestita di pietre, mentre i recipienti poggiano su solide pietre, e sono coperti da altre. Il foglio numero «1» descrive l’ubicazione esatta della cripta, cosicché trovarla non comporterà nessuna difficoltà“. 

Nel corso degli anni furono moltissimi coloro che provarono a decifrare i due messaggi rimasti di Thomas Beale,  in particolare il primo. Nessuno ci riuscì: non ce la fecero nemmeno esperti come Herbert O. Yardley, fondatore dell’U.S. Cipher Bureau (Ufficio Cifre degli Stati Uniti) e nemmeno William Friedman, uno dei migliori crittoanalisti americani. Dovettero desistere anche i crittoanalisti informatici, che non riuscirono a decifrare i messaggi nemmeno con l’uso dei computer appositamente concepiti per questo. Sono stati presi a chiave tutti i testi più famosi senza il minimo successo.

L’impossibilità di decifrare il primo ed il terzo messaggio può avere una spiegazione molto semplice. Beale potrebbe aver impiegato, come chiave di lettura, un testo  redatto di suo pugno, scritto in una sola copia. In questo modo i suoi foglietti pieni di numeri sarebbero quasi di sicuro il codice più inviolabile mai concepito.

Vi sono anche altre teorie. Alcuni scettici ritengono che il cifrario di Thomas Beale sia una colossale bufala. Una prova sarebbe l’uso della parola “stampede” nella lettera indirizzata a Morris, scritta nel 1822. Secondo alcuni, questa parola divenne di uso comune solo a partire dal 1844. Però non è escluso che fosse già in uso all’epoca in cui Beale scriveva e che solo dopo divenne comune. Anche Edgar Allan Poe trova posto nella vicenda: sembra infatti che si sia dichiarato il vero autore dell’opuscolo. Il problema è che Poe morì nel 1849 mentre l’opuscolo venne pubblicato quasi quarant’anni dopo. Il crittografo Louis Kruh ritiene che l’autore dell’opuscolo e quello delle lettere siano la stessa persona e che quindi tutto sia una truffa concepita intorno al 1885. Kruh svolse un’analisi dei testi e, in base al calcolo delle frequenze e degli stili, giunse alla conclusione che il famoso anonimo sia l’autore di tutta la vicenda e che quindi i codici siano stati scritti a casaccio. In realtà, però, non sembra così. Utilizzando la Dichiarazione di Indipendenza come primo testo-chiave, si generano stringhe di testo non del tutto insensate (Singh riporta un esempio: abfdefghiijklmmnohpp). Secondo James Gillogly, presidente dell’American Cryptogram Association, una tale stringa non è affatto casuale e “le probabilità che una sequenza simile compaia per caso sono meno di una su cento milioni di milioni; ciò suggerisce l’esistenza di un principio crittografico soggiacente alle serie numeriche del primo foglio. Un’ipotesi è che la Dichiarazione di Indipendenza sia davvero la chiave, ma che il testo risultante richieda una seconda decifrazione” (Simon Singh, Codici & Segreti).

Lo storico Peter Viemeister, autore del libro The Thomas Beale Treasure–History of a Mystery, si è anche prodigato nelle ricerche storiche, cercando di capire se tale Thomas Beale sia realmente esistito. Nelle ricerche condotte da Viemeister si è scoperto che l’anagrafe del 1790, insieme ad altri documenti, riporta diversi Thomas Beale nati in Virginia. Anche il registro dell’ufficio postale di St. Louis, da cui Beale avrebbe spedito una lettera, riporta un certo “Thomas Beale”.


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