Casanova e la fuga dai Piombi di Venezia

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Il 25 Luglio del 1755, Casanova fu tratto in arresto e rinchiuso nei Piombi di Venezia. Secondo le usanze e la prassi dell’epoca (la Venezia del diciottesimo secolo) non gli venne comunicato il capo di accusa nè l’entità della pena inflitta. L’Inquisizione veneziana era l’incarnazione dell’arbitrio giuridico ed espressione della più esacerbata oligarchia.

I reali motivi dell’arresto di Casanova sono tuttora ignoti. L’accusa, data la particolarità del personaggio, poteva essere correlata alle sue condotte libertine ed alle numerose relazioni intraprese con donne sposate. Vi erano poi altri aspetti, legati allo spregio della religione ed alla pratica della magia

IL PROGETTO DI FUGA ED IL TRASFERIMENTO DI CELLA

Dopo quasi un anno di prigionia, esattamente nel mese di Agosto del 1756, Casanova fu trasferito in una cella diversa da quella che aveva occupato nei Piombi. Si trattava di una delle carceri più sicure e temute nell’Europa del diciottesimo secolo.Erano così chiamati perchè i tetti (che altro non erano se non le soffitte del Palazzo Ducale) erano fatti di piombo, con la conseguenza che le celle erano molto fredde d’inverno e caldissime ed umide nel periodo estivo.

Le celle dei Piombi erano particolarmente piccole e basse, tanto che Casanova (che era alto circa 1.90) riusciva a stare in piedi con estrema difficoltà. La cella occupata da Casanova prima del suo trasferimento al piano superiore era particolarmente angusta e poco illuminata anche durante le ore diurne. La nuova prigione invece era più spaziosa, ariosa  ed adeguatamente illuminata da una finestra a barre che volgeva al Lido di Venezia.

Eppure, Casanova era affranto per quel trasferimento improvviso ed inatteso, poichè aveva quasi completato il suo progetto di fuga da quella cella.  Lo spostamento, pertanto, lo aveva alquanto demoralizzato, mandando in fumo mesi di intenso lavoro. L’unico raggio di speranza nella sua attuale disperazione derivava dal fatto che l’attrezzo che aveva utilizzato per limare le pareti era ancora in suo possesso, nascosto nella tappezzeria della poltrona che era stata trasferita con lui nel nuovo alloggio. Si trattava del bullone di una porta (lungo una ventina di centimetri) che aveva trovato casualmente rovistando tra i rifiuti della soffitta, cui gli era stato consentito di accedere in una occasione. Utilizzando una piccola lastra di marmo nero (anch’essa reperita in soffitta) aveva lavorato il bullone trasformandolo in uno scalpello ottagonale con punte assottigliate e taglienti.

L’arnese, in conclusione, era rimasto in suo possesso, ma non vi era alcuna possibilità di utilizzarlo, sopratutto a causa dei forti sospetti nutriti da Lorenzo (carceriere dei Piombi) che, avendo notato in Casanova movimenti anomali, dispose che la sua cella fosse perquisita con cadenza quotidiana, esaminando in particolare i pavimenti e le pareti. L’unica possibilità di fuga era rappresentata dal soffitto.

Da qui la sua comprensibile disperazione, trovandosi in un carcere dove aveva trascorso più di un anno senza processo e senza la prospettiva di un processo e dove credeva di dover trascorrere il resto dei suoi giorni. Casanova non conosceva neppure i reali motivi del suo arresto. Sapeva soltanto che era stato tacciato d’essere un disturbatore della quiete pubblica. Era notoriamente un libertino, un giocatore fortemente indebitato. Era sospettato di praticare la magia come strumento per enfatizzare profitto e la credulità popolare. All’interno della sua abitazione erano stati rinvenuti dei libri di ambigua fattura. Casanova avrebbe potuto giustificarsi dinanzi agli Inquisitori di Stato della Serenissima, argomentando che i libri trovati in suo possesso  (“La clavicola di Salomone“, il “Zecor-ben” ed altre opere affini) erano da lui detenuti come esempio di aberrazione umana. Ma gli Inquisitori di Stato non lo avrebbero creduto, restando nella convinzione che Casanova praticasse effettivamente le arti magiche. In ogni caso, Casanova non era stato mai nè interrogato nè interpellato.

Giacomo Casanova era un uomo dai nervi e dalla salute di ferro. Era alto e ben fatto, affascinante e bello, con vivaci occhi scuri e capelli castano scuro. A poco più di vent’anni aveva già maturato l’esperienza che la maggior parte degli uomini raggiunge in mezzo secolo.

L’INCONTRO CON PADRE BALBI ED IL CARTEGGIO SEGRETO

Contestualmente al cambiamento di cella gli venne conferito il privilegio di acquistare e leggere libri. Desiderando le opere di Maffai, ordinò al suo carceriere di acquistarli al di fuori dell’indennità concessagli dagli Inquisitori secondo la consuetudine veneziana. Tale indennità era proporzionata allo status sociale di ogni prigioniero. Ma i libri richiesti avevano un costo elevato e l’eventuale eccedenza di spesa mensile andava appannaggio del secondino (Lorenzo) il quale riferì a Casanova che al piano superiore alloggiava un prigioniero che deteneva molti libri ed era disposto a scambiarli.

Cedendo alla suggestione, Casanova consegnò a Lorenzo una copia del Rationarium di Peteau. La mattina successiva ricevette in cambio il primo volume di Wolf. All’interno del libro trovò un’annotazione in sei versi recante la parafrasi di un epigramma di Seneca, “Calamitosus est animus anxius Futuri“. Si rese subito conto di avere individuato un efficiente mezzo di corrispondenza per comunicare con qualcuno che era disposto ad aiutarlo ad evadere dalla prigione.

In risposta, Casanova (uomo di cultura enciclopedica e di grande levatura intellettuale) replicò scrivendo egli stesso sei versi. Non avendo penna, tagliò in un punto la lunga unghia del mignolo, ottenendo un rudimentale strumento di scrittura. Per inchiostro utilizzò del succo di gelsi che gli era stato recapitato durante i pasti. Oltre ai versi, redasse un elenco dei libri in suo possesso, mettendoli a disposizione del suo nuovo compagno. Nascose il foglio scritto nel dorso rilegato del volume e sul frontespizio, con un breve messaggio in codice, scrisse la parola latina “Latet“. La mattina successiva riconsegnò il libro a Lorenzo, dicendogli che lo aveva letto, e richiese il secondo volume.

Questo secondo volume gli pervenne il giorno dopo, e nel dorso nascondeva una lunga lettera, alcuni fogli di carta, una penna ed una matita. L’autore della lettera si presentò come Marino Balbi, un sacerdote che si trovava nei Piombi da quattro anni.

Tra i due prigionieri inizia una folta e regolare corrispondenza. Casanova  intuì presto la tipologia, il carattere ed il temperamento del Balbi. Le lettere di quel prete rivelavano una personalità incline alla sensualità, stupidità, ingratitudine ed indiscrezione.

Casanova cercò di verificare se Balbi sarebbe stato disposto a fare per lui quello che non poteva fare per se stesso.

Balbi rispose che lui ed il suo compagno di cella (tale conte Asquino) avrebbero fatto tutto il possibile per fuggire da quella abominevole prigione, ma la mancanza di mezzi e risorse rendeva impraticabile questa possibilità.

Tutto ciò che devi fare“, scrisse Casanova in risposta, “è di forare il soffitto della mia cella e farmi uscire sulla tua, a quel punto sarò io a portarti fuori dai Piombi. Se sarai disposto a fare questo tentativo, Dio vi fornirà i mezzi e vi mostrerà la strada. “

Era una risposta audace, che rivelava la scaltrezza, l’intelligenza e l’introspezione psicologica di Casanova.

Casanova sapeva che la cella di Balbi era situata proprio sotto i tetti del Palazzo Ducale e sperava che una volta in essa sarebbe stato possibile trovare una via di fuga dai tetti. La cella di Balbi comunicava con una piccola anticamera, situata proprio sopra la cella di Casanova. Non appena Balbi comunicò il suo consenso, Casanova gli illustrò cosa avrebbe dovuto fare. Balbi doveva sfondare il muro della sua cella per giungere nell’anticamera, forare il pavimento, lasciando un sottilissimo strato di soffitto che, al momento della fuga, poteva essere squarciato con una mezza dozzina di colpi.

Per cominciare, ordinò Balbi di acquistare due o tre dozzine di immagini di santi, in modo da poter occultare il buco sulla parete, senza destare particolari sospetti.

Non appena Balbi comunicò che le pareti erano state coperte con i santini, si pose il problema di come far pervenire al prete lo spuntone che aveva nascosto nella poltrona.  Era una questione complessa e pericolosa ed i fatui suggerimenti del Balbi valsero solo a testimoniarne la stupidità. Alla fine, prevalse l’ingegno di Casanova. Egli disse a Lorenzo di comprare una edizione in-folio della Bibbia che era stata appena pubblicata. Il libro era di enormi dimensioni ed aveva un consistente dorso, tale da poter contenere lo spuntone. Vi era comunque il rischio che l’operazione potesse essere compromessa. Lorenzo avrebbe potuto accorgersi dell’eccessivo peso del tomo ed ispezionarlo. Per risolvere il problema e contenere i rischi, Casanova ricorse ad un altro abile stratagemma. Chiese a Lorenzo di recapitare a Balbi (in segno di amicizia) un piatto di pasta al burro unitamente al tomo della Bibbia. Il piatto venne riposto sopra il grosso libro ed era talmente ricolmo di burro che un gesto brusco o un movimento scomposto lo avrebbe fatto cadere per terra. Inoltre, Lorenzo non avrebbe ispezionato il libro perchè, in tal caso, avrebbe dovuto spostare il piatto da sopra, facendolo cadere. Il tutto era stato studiato sapendo che Lorenzo, per raggiungere la cella del Balbi, doveva salire due impervie rampe di scale. L’operazione riuscì alla perfezione, così come previsto da Casanova.

Balbi si mise al lavoro. Era l’inizio di Ottobre. Il giorno 8 dello stesso mese, Balbi scrisse a Casanova che dopo un’intera notte dedicata al lavoro era riuscito a dislocare solo un mattone, cadendo nello sconforto.

Senza la minima esitazione, Casanova rispose rassicurandolo, ingiungendo al monaco di avere fiducia e perseverare, atteso che con l’avanzamento dei lavori la parete sarebbe risultata più friabile. In effetti, ciò si verificò puntualmente. Dopo pochi giorni, il Balbi notò che la muratura cedeva molto facilmente tanto che, dopo appena una settimana, Casanova sentì tre colpi leggeri sopra la sua testa. Era la prova definitiva che le nozioni di topografia del carcere erano corrette.

Per tutto il giorno sentì Balbi al lavoro ed il giorno dopo, quando Balbi scrisse che il pavimento era dello spessore di sole due tavole, calcolò che il lavoro sarebbe stato completato entro il giorno successivo, senza perforare il tetto.

Ma la fortuna stava per tirare un altro scherzo a Casanova.

UN NUOVO COMPAGNO DI CELLA

Nel primo pomeriggio il suono dei chiavistelli della porta gli fece gelare il sangue. Eppure ebbe la prontezza di dare un doppio colpo sulla parete, segnale convenuto col Balbi per avvisarlo di un pericolo ed interrompere il lavoro.

Giunse Lorenzo con due arcieri, accompagnando un uomo magro e brutto, di circa quarantanni di età. Era malvestito ed indossava una parrucca nera e rotonda. Il tribunale aveva decretato che quell’individuo avrebbe condiviso la cella con Casanova. Non appena Lorenzo uscì, il nuovo arrivato si inginocchiò e cominciò a recitare il rosario.

Casanova interrogò l’intruso con disgusto e disperazione. Il suo disgusto giunse a dismisura quando apprese che il suo nuovo compagno (il cui nome era Soradici) gli confessò di essere una spia al servizio del Consiglio dei Dieci.  Era stato imprigionato per corruzione, avendo ricevuto una tangente durante un servizio di spionaggio.

E’ difficile descrivere lo stato d’animo di Casanova, in bilico tra il disgusto, la rabbia e lo sconforto. La sua fuga rischiava di essere vanificata dalla presenza dell’uomo che, essendo un traditore ed un codardo conclamato, avrebbe certamente segnalato ai carcerieri quanto stava accadendo. Quella stessa notte scrisse a Balbi, mentre la spia dormiva, riferendogli che per il momento le operazioni dovevano essere sospese. Ma non per molto tempo. Ben presto l’ingegno di Casanova riuscì a portare a proprio vantaggio le debolezze che aveva riscontrato in Soradici.

La spia era ciecamente devota, fino al più acuto bigottismo, nonchè credulona e superstiziosa.  Trascorreva lunghe ore in preghiera, e parlava liberamente della sua particolare devozione alla Beata Vergine e della sua ardente fede nei miracoli.

Casanova, che ben conosceva la psicologia dei creduloni, si determinò ad inscenare un finto miracolo per Soradici. Con aria ispirata ed enfasi da presule, riferì di avere ricevuto in sogno una rivelazione e che la devozione di Soradici di lì a poco sarebbe stata premiata: un angelo stava per essere inviato dal cielo per liberarlo dal carcere e Casanova stesso lo avrebbe accompagnato nel suo volo.

Prevenendo la perplessità di Soradici, Casanova predisse l’ora esatta in cui l’angelo sarebbe scese nella prigione. Per fa ciò, scrisse a Balbi di proseguire i lavori ad una certa ora.  Quando Soradici percepì quegli strani rumori provenienti dal soffitto, rimase sgomento e quasi terrorizzato.

Tuttavia, fù assalito dai dubbi quando i rumori, dopo quattro ore, cessarono. Casanova gli spiegò che, poiché quando gli angeli discendono sulla Terra assumono sembianze umane, si affaticano ed indeboliscono al pari di ogni uomo. Nella sua profezia, aggiunse che l’angelo sarebbe ritornato l’ultimo giorno del mese, alla vigilia di Ognissanti (ovvero due giorni dopo) e li avrebbe liberati dalla prigionia.

In questo modo Casanova si assicurò la fedeltà di Soradici, che adesso trascorreva il suo tempo pregando, piangendo e parlando dei suoi peccati e della inesauribilità della grazia divina. Per essere doppiamente sicuro, Casanova invitò Soradici a prestare un solenne giuramento, secondo il quale se Soradici avesse detto anche una sola parola al custode, vanificando ed oltraggiando l’intervento divino, egli stesso lo avrebbe strangolato con le proprie mani.

LA FUGA DAI PIOMBI

Il 31 Ottobre del 1756 Lorenzo effettuò la sua solita visita quotidiana al mattino presto. Dopo qualche ora,  Soradici era in trepidante e terrificante attesa. A mezzogiorno esatto, si udirono forti colpi sul tetto, una nuvola di gesso e frammenti di calce caddero sul pavimento. Il tetto era finalmente forato ed il messaggero celeste scese goffamente tra le braccia di Casanova.

Soradici si trovò difronte un uomo alto, magro, barbuto, di non bell’aspetto, che indossava una camicia sporca ed un paio di calzoni di pelle. Tutto sembrava tranne che un messaggero divino. Tutt’altro, aveva l’aspetto di un demonio.

A quel punto, Soradici smise di farsi illusioni sulla natura celeste di Balbi.  Percepì chiaramente di essere stato ingannato e raggirato, anche se non era a conoscenza del carteggio segreto intercorso tra i due in quel periodo.

Casanova, lasciando Soradici alle cure del monaco, si issò sul soffitto rotto entrando nella cella di Balbi, dove si rattristò alla vista del conte Asquino (compagno di cella del Balbi). Trovò un uomo di mezza età, talmente corpulento da rendere impossibile il compimento dei gesti fisici ed atletici necessari per la fuga.  Il conte Asquino ne era ben consapevole.

Se pensate,” fu il suo saluto, mentre stringeva la mano di Casanova, “di sfondare il tetto e trovare un modo per scendere dalla porta, non vedo come si possa avere successo senza un paio di ali. Io non ho il coraggio di accompagnarvi “, aggiunse,” rimarrò qui a pregare per voi. “

Dopo alcuni inutili tentativi per persuaderlo, Casanova si avvicinò il più possibile al bordo del solaio, fin quando potè toccare il tetto che declinava sopra la sua testa. Testò le travi con lo spuntone, trovandole estremamente fragili  e friabili, tanto che quasi si sbriciolavano al tocco. Rientrò nella sua cella, dove trascorse le successive quattro ore per preparare le corde necessarie alla fuga. Tagliò lenzuola, coperte, copriletti, e la stessa federa del materasso, annodandole a strisce con la massima cura. Alla fine, ottenne quasi duecento metri di corda, sufficienti allo scopo.

Recuperò, alla meno peggio, gli abiti che indossava il giorno dell’arresto, il suo mantello di seta, calze, camicie e fazzoletti. Quindi, lui e Balbi passarono nell’altra cella, cercando di convincere Soradici ad andare con loro. Mentre Balbi raccoglieva e sistemava i suoi effetti personali, Casanova cercò di trovare una via di fuga sul tetto. A causa del crepuscolo, era stato fatto un buco due volte più grande del  necessario, che aveva messo a nudo la lamiera di piombo da cui il tetto era coperto. Risultava impossibile, con una sola mano, sollevare una delle pesanti lamiere. Chiamò Balbi in suo aiuto ed usò come leva lo scalpello forzando tra la lamiera e la grondaia.  Alla fine, i due riuscirono riuscirono a raggiungere il tetto. Dinanzi ai loro occhi si presentò la vista di un cielo inondato dalla vivida luce della luna crescente.

A causa della luce, non potevano avventurarsi sul tetto, dove sarebbero stati visti. Decisero quindi di attendere con pazienza fino alla mezzanotte. Così tornarono alla cella dove avevano lasciato Soradici con il conte Asquino.

Da Balbi, Casanova aveva imparato che Asquino, anche se ben fornito di soldi, era di natura avara. Tuttavia, poiché necessitava di denaro, Casanova chiese al conte in prestito trenta zecchini d’oro. Asquino gli rispose dolcemente che, in primo luogo, non avevano bisogno di soldi per fuggire; che, secondariamente, aveva una famiglia numerosa; infine, se Casanova fosse morto non avrebbe avuto indietro i suoi soldi; inoltre, non aveva a disposizione quella somma.

La mia replica“, scrive Casanova, “durò una mezz’ora.”

Permettetemi di ricordarvi della vostra promessa di pregare per noi, e lasciate che vi chieda che senso ci può essere nel pregare per il successo di un’impresa a cui ci si rifiuta di contribuire “.

Il conte Asquino fu conquistato dall’eloquenza di Casanova ed alla fine gli offrì due zecchini, che Casanova accettò di buon grado.

Nell’attesa, mentre discuteva con Balbi, confermò le impressioni che su di lui aveva avuto durante quei mesi di corrispondenza epistolare. Balbi iniziò a formulare argomentazioni inopportune. Disse di non avere fiducia in Casanova, in quanto, fin dall’inizio, gli aveva nascosto le incertezze ed i rischi del piano di fuga. Inoltre, il conte Asquino aggiunse che sarebbe stato meglio abbandonare il proposito di fuga destinata al fallimento. Soffocando il suo disgusto, Casanova assicurò Balbi che, anche se era impossibile  riferire loro i dettagli di come intendeva procedere, era perfettamente sicuro del successo.

Alle dieci e mezzo invitò Soradici, che era rimasto in silenzio per tutto il tempo, a riferire sulle condizioni del cielo.  La spia disse che di lì ad un ora la Luna sarebbe stata oscurata e che si stava alzando una fitta nebbia, che avrebbe reso difficile la fuga sui tetti.

Fino a quando la nebbia non sarà fatta  d’olio, sono contento,” rispose Casanova. “Venite, indossate il vostro mantello. È tempo di andare.”

Ma Soradici cadde in ginocchio nel buio, afferrò le mani di Casanova, e chiese di essere lasciato a pregare per la loro sicurezza, poiché era sicuro di incontrare la morte se fosse andato con loro.

Casanova assentì prontamente, felice di liberarsi del compagno. Poi, nel buio, scrisse come meglio poteva una originale lettera destinata agli Inquisitori di Stato, in cui congedandosi da loro, apostillava che poichè da quando era stato arrestato e ristretto in prigione non era stato mai nè consultato nè interrogato, allo stesso modo non potevano lamentarsi della sua partenza senza preavviso.

Raccolsero i loro oggetti, sistemandoli al collo con una corda. Poi, in maniche di camicia e con il cappello in testa iniziarono il periglioso viaggio, lasciando il Conte Asquino e Soradici a pregare per loro.

Casanova fu il primo ad uscire, accovacciato, spingendo la punta dello spuntone tra le intercapedini delle lastre di piombo in modo da ottenere lo spazio necessario per strisciare lentamente verso l’alto. A seguire, Balbi afferrò con la mano destra la cintura di Casanova, in modo che Casanova fu costretto a trascinare il peso del suo compagno dietro di lui, e questo nonostante la forte pendenza del tetto reso scivoloso dalla nebbia.

Alla metà di quella faticosa salita, il monaco gli chiese di fermarsi. Aveva lasciato cadere il pacco contenente i vestiti, e sperava che non fosse rotolato oltre la grondaia. Casanova scrive che,  a quel punto, era talmente infastidito dalla stupidità di quell’uomo da volergli far fare la stessa fine del fagotto disperso. Riuscì comunque a mantenere il controllo e, con pazienza, rispose che la questione era di poco conto e che nulla potevano fare per recuperare la borsa caduta.

Raggiunsero l’apice del tetto e si posizionarono cavalcioni per riprendere fiato e perlustrare l’ambiente circostante. Scorsero, da vicino, le cupole della Chiesa di San Marco, collegata al palazzo ducale che, di fatto, era la residenza privata del doge.

Frattanto, padre Balbi, dopo il fagotto perse anche il cappello che rotolò giù perdendosi sotto gli alti tetti giù sul canale. Il prete gridò che si trattava di un cattivo presagio.

Al contrario,” lo rassicurò con pazienza Casanova, “è un segno della protezione divina, perché se il vostro pacco o il cappello fossero caduti sulla sinistra invece che sulla destra, sarebbero giunti nel cortile e le guardie li avrebbero visti, rendendosi conto che qualcuno si sta muovendo sui tetti del Palazzo e così, senza dubbio, ci avrebbero scoperti. Invece il vostro cappello ha seguito il vostro pacco giù nel canale“.

Casanova si allontanò, da solo, per perlustrare la zona, dicendo al monaco di attendere il suo ritorno. Per un’ora intera vagò per gli impervi e scivolosi tetti, alla ricerca di una via d’uscita e di un supporto su cui agganciare la corda. L’alternativa, a quel punto, era di ritornare in carcere o gettarsi dal tetto sul canale. Era quasi in preda alla disperazione, quando  la sua attenzione fu catturata da un abbaino sul lato del canale, distante circa due terzi lungo il pendio del tetto. Si calò giù dalla scivolosa pendenza, usando infinita precauzione,  finché non si trovò a cavallo del piccolo tetto dell’abbaino. Sporgendosi in avanti e verso il basso, notò che sulla finestra vi era un sottile reticolato senza vetri piombati. Si fermò per un attimo.

Il campanile della Chiesa di San Marco suonò la mezzanotte, quasi a ricordare che erano rimaste solo sette ore per ritrovare la libertà o sottoporsi ad un reclusione cento volte peggiore di quella che aveva patito.

Sdraiato obliquamente sui fianchi, utilizzò lo spuntone facendo leva verso l’esterno per per sradicare il reticolo che ricopriva i vetri della finestra. Estirpata la griglia, era adesso semplice infrangere la piccola grata della finestra.

Finito il lavoro, risalì sulla cima del tetto usando il preziosissimo scalpello e si diresse rapidamente fino al punto in cui aveva lasciato Balbi. Il monaco, ridotto ormai ad uno stato di prostrazione, mista a terrore e rabbia, salutò Casanova bruscamente per averlo lasciato lì così a lungo.

Stavo aspettando solo la luce del giorno“, concluse, “per rientrare in prigione.”

Cosa pensavi fosse accaduto?” domandò Casanova.

“Ho immaginato che eri caduto dal tetto.”

E per questo inveite contro di me pur sapendo di esservi sbagliato? Al contrario dovreste gioire

Dove sei stato tutto questo tempo?” chiese Balbi imbronciato.

Venite con me e vedrete.”

Casanova condusse il compagno più avanti fino a che non furono in linea con l’abbaino. Casanova gli mostrò quello che aveva fatto e lo consultò sul modo in cui poter entrare nel sottotetto attraverso la finestra. Sarebbe stato troppo rischioso lasciarsi cadere dal davanzale, poiché l’altezza della finestra dal pavimento era a loro del tutto sconosciuta, e poteva anche essere considerevole. Sarebbe stato più semplice per uno di loro calarsi all’interno con una corda. Ma non era chiaro come l’altro avrebbe poi potuto seguirlo.

Per te sarà più agevole reggere la corda mentre mi aiuti a scendere dal davanzale“, affermò Balbi, “Quando sarò dentro potremmo considerare in che modo potrai seguirmi“. Quell’espressione di insano e cieco egoismo alimentò in Casanova un sentimento di rabbia crescente, che doveva comunque contenere. Senza dire una parola, staccò un rotolo di corda, ponendo un’estremità di essa sicuro sotto le braccia di Balbi, ed ordinò al monaco di mettersi prono sul tetto, con i piedi verso il basso, per poi, reggendo la corda abbassarlo dell’abbaino. Poi gli ordinò di posizionarsi sulla finestra fino al livello della vita e di stare fermo sostenendo se stesso sul davanzale. Quando Balbi ebbe obbedito, Casanova lo seguì, scivolando con cautela verso il tetto dell’abbaino. Si assestò con fermezza e riprendendo in mano la corda ordinò a Balbi di lasciarsi andare senza paura, calandolo lentamente sul pavimento. La distanza tra la finestra ed il pavimento era di circa 50 metri.  Questo spense le speranze di Casanova di poter seguire il compagno lasciandosi cadere dal davanzale. Ebbe un momento di sconforto, mentre il monaco era felice di ritrovarsi fuori pericolo e finalmente fuori da quel tetto maledetto. Stupidamente, consigliò a Casanova di gettare la corda, in modo da poterlo aiutare a scendere.

Come potrete immaginare“, dice Casanova, “Fui molto accorto a non seguire quel consiglio idiota.”

Non sapendo come procedere, doveva individuare mezzi diversi da quelli a disposizione. Salì di nuovo sulla cima del tetto, e cominciò nuovamente a perlustrare la zona. Individuò la cupola di una terrazza che prima non aveva notato, dove trovò una spatola ed una lunga scaletta.  Le sue difficoltà erano risolte! Passò una porzione di corda su uno dei pioli della scala, riuscendo a posizionarla a livello dell’abbaino. Ma ora il problema era come far passare la scala attraverso la finestra. Aveva messo la scala in posizione ed abbassata fino a quando una delle sue estremità poggiava sull’abbaino. Appoggiandosi alla grondaia con metà corpo, si rese conto che se fosse riuscito ad alzare il ginocchio destro ed a puntarlo sulla scanalatura della grondaia sarebbe stato fuori pericolo.
Ma lo sforzo che fece sulla gamba gli provocò un crampo dolorosissimo proprio nel momento in cui il ginocchio stava per trovare un appoggio. Non gli restò che aspettare in quella posizione il risolversi della contrazione. Fu un momento terribile.
Dopo due minuti provò a muovere la gamba ringraziando Dio e riuscendo a portare il ginocchio destro sulla grondaia, poi il sinistro e quindi tutto il corpo. Appena si ritrovò in salvo afferrò la scala e la spinse ancora in alto fino a metterla quasi parallela al piano dell’abbaino.
Con lo spuntone e servendosi della solita tecnica, si arrampicò fino all’abbaino dove riusci ad infilare la scala, che il suo compagno ricevette ed appoggiò per terra.
Gettò nella soffitta le corde ed il pacco degli indumenti, poi scese comodamente.
Abbracciò l’abate, ritirò la scala all’interno e prendendolo a braccetto fece con lui, a tastoni, il giro del locale, che poteva avere trenta passi di lunghezza e dieci di larghezza.

Si trattava di un solaio, con il pavimento coperto di lastre di piombo. Ad una delle sue estremità si trovava  una porta assai grande rinforzata da sbarre di ferro. Passarono nell’altro locale e nel traversarlo urtarono contro un tavolo contornato da sedie e poltrone.
Tastando le pareti trovarono delle finestre. Casanova ne aprì una e guardò in basso, ma nella debole luce della notte non vide altro che il vuoto sottostante.

Stanco morto, si gettò sul pavimento e si distese poggiando la testa su un rotolo di corda. Dormì quasi quattro ore, svegliandosi solo alle grida e agli scossoni che il monaco gli dava con gran forza.
Gli disse che erano già suonate le ore quindici e che il suo dormire in quella situazione era incredibile ed inconcepibile. Aveva ragione, ma il sonno di Casanova non era stato volontario. Non mangiava e non dormiva da due giorni.

L’abate Balbi disse che cominciava a disperare del suo risveglio, perché da due ore gridava e lo scuoteva per svegliarlo.
Casanova si mise a ridere , sopratutto quando vide che il buio stava cedendo alla prima, incerta luce del nuovo giorno, che trapelava da due lucernai.

Si alzò dicendo: “Questo posto deve avere un’uscita. Spacchiamo tutto, perché non abbiamo più tempo da perdere“. Cercarono dalla parte opposta della porta ferrata, finché da uno stretto passaggio venne alla luce un’altra porta.  Casanova mise la punta dello spuntone nel buco della serratura, sperando non si trattasse di un armadio. Dopo tre o quattro spinte aprì la porta e trovò una stanzetta seguita da un corridoio a nicchie con degli scaffali pieni di scartafacci. Si trovavano negli archivi del Palazzo Ducale. Da una rampa di scale giunsero nella cancelleria ducale.

Sopra una scrivania vide un ferro lungo dalla punta arrotondata e con il manico di legno, di quelli che servono ai segretari per bucare le pergamene alle quali attaccavano con un nastro i sigilli di piombo della cancelleria.

Aperta la scrivania trovò la copia di una lettera nella quale si parlava di tremila zecchini che il Serenissimo Principe inviava al Provveditore Generale del Mare per delle migliorie da apportare alla vecchia fortezza di Corfù. Se avesse trovato la somma se ne sarebbe certamente impossessato senza credere con questo di commettere un furto. “La necessità“, scrive Casanova,  “è maestra anche in materia di diritto“.
Aprì un varco dentro il battente della porta, nel punto che gli parve più debole e dove c’erano meno nodi di legno mentre il monaco infilava l’arnese per le pergamene nelle fessure che apriva con lo spuntone. Si rompeva, si spaccava e si sfondava senza far gran caso al gran fracasso che ne veniva. Il monaco tremava e diceva che li avrebbero sentiti di sicuro. Capiva il pericolo, ma occorreva correrlo.

L’apertura in mezz’ora fu completata. Casanova avvicinò alla porta uno scanno sul quale fece salire il monaco che introdusse nel buco le braccia e poi la testa.
Tenendosi dietro di lui su di un altro scanno e prendendolo per le cosce e poi per le gambe lo spinse fuori, verso un locale scuro che conosceva benissimo. Quando il suo compagno fu passato gli gettò dietro il suo pacco, abbandonando le corde nella Cancelleria. Infine, transitò anche lui nell’altra stanza.

Si trovarono nel corridoio dove si apriva la gran porta dello scalone reale, che aveva di fianco l’ufficio del Ministro della guerra, chiamato Savio della Scrittura. L’uscio della Sala delle quattro porte era chiuso come quello della scala. Grosso quanto la porta di una città, per forzarlo ci sarebbe voluto un ariete o una carica di polvere. Bastò un colpo d’occhio a quel portone per capire che lo spuntone aveva finito la sua carriera ed era ormai un oggetto d’appendere come ex voto. Casanova, sereno e tranquillo, si sedette dicendo al monaco che ormai la sua opera era terminata e che il resto toccava a Dio.

Non so“, disse Casanova al Balbi “se gli spazzini del Palazzo penseranno di venire qui oggi che è il giorno di Ognissanti e domani è il giorno dei Morti. Se qualcuno entrerà, scapperò appena vedrò la porta aperta e voi mi seguirete. Se non viene nessuno non mi muoverò di qui, e se mi toccherà di morir di fame non so che farci.”
A questo discorso il monaco andò su tutte le furie, chiamandolo pazzo, scriteriato, imbroglione e traditore. In quel momento suonarono le dodici ore. Frattanto, Casanova si cambiò d’abito, perchè era in condizioni pessime ed anche sanguinante. Stracciò dei fazzoletti e si bendò dappertutto, legando le medicazioni con lo spago del quale aveva un gomitolo in tasca. Indossò poi il suo bell’abito, che in quella giornata assai fredda era quasi ridicolo.

Si acconciò i capelli raccogliendoli in una specie di cuffia, poi infilò un paio di calze bianche ed una camicia di pizzo, non avendone d’altro genere. Disse al padre Balbi di gettarsi sulle spalle il suo bel mantello, poi annoiato dalle sue impertinenze aprì una finestra e mise fuori la testa.

La sua figura, vistosa perché ornata di un cappello a punto di Spagna con filo d’oro ed un pennacchio bianco, fu notata dai fannulloni che stavano nel cortile del Palazzo, i quali presero a guardarlo cercando di capire come mai ci fosse gente negli uffici a quell’ora ed in quel giorno.
Si ritirò immediatamente, pentito per la sua imprudenza, e si gettò su una sedia in preda ad una viva preoccupazione.
Seppe solo sei mesi dopo che doveva a quell’imprudenza la sua salvezza.
Infatti, qualcuno andò a dire al portiere che delle persone dovevano aver passato la notte negli uffici, dove lui stesso le aveva forse rinchiuse senza accorgersene.

La cosa sembrò possibile al portiere, perché chiudeva molto tardi e non era da escludere che un postulante o uno scrivano si fosse addormentato in qualche angolo.
Quest’uomo (che si chiamava Andreoli) si credette in dovere di accorrere per vedere chi fossero quelli che per la sua disattenzione avevano dovuto passare la notte rinchiusi. Casanova era nei più neri pensieri, quando sentì un rumore di chiavi ed andò a guardare dalla fessura tra i battenti della gran porta. Vide un uomo in parrucca nera e senza cappello che saliva tranquillamente, tenendo in mano un mazzo di chiavi.

Ingiunse al monaco di non aprir bocca, di stare alle sue spalle e seguire ogni suo passo.
Impugnò lo spuntone e tenendolo nascosto sotto la falda del farsetto si mise sul lato dal quale poteva infilare la porta appena aperta e prendere lo scalone. Innalzò nel contempo una preghiera a Dio per ottenere che il portiere non opponesse resistenza, obbligandolo ad ucciderlo.
Aperta la porta il portiere lo vide e restò di sasso. Senza perdere un secondo, e senza dire neppure una parola, Casanova si avviò rapidamente allo scalone seguito dal monaco.
Evitando di correre ma anche di indugiare, scese la magnifica scalinata detta dei Giganti, non badando al padre Balbi che non smetteva di ripetere: “Andiamo nella chiesa! Nella chiesa!

La porta della chiesa era sulla destra, quasi ai piedi della scalinata. Le chiese di Venezia non godevano della minima immunità e gli arcieri potevano tranquillamente entrare per arrestarli. Ovviamente, anche quella era una soluzione idiota.

L’immunità che cercava Casanova era al di là dei confini della Serenissima Repubblica, verso i quali cominciò in quel momento a incamminarsi e dove già si sentiva con lo spirito, benché gli occorresse arrivarvi con il corpo.
Corse verso la porta Carta, nei pressi del Palazzo Ducale, e senza guardare nessuno, traversò la Piazzetta, si avvicinò alla riva ed entrando nella prima gondola che gli capitò disse al gondoliere che stava a poppaChiama un altro rematore“.

Guardò allora dietro di se tutto il bel canale, sul quale non si vedeva neppure una barca. Era la più bella giornata che si potesse sperare.

I primi raggi di un sole superbo che saliva in quel momento all’orizzonte, i due giovani barcaioli che remavano a tutta forza, il pensiero della crudele notte che aveva passato, del posto dov’era il giorno prima e di tutte le combinazioni che lo avevano favorito, s’impossessarono del suo animo.

 

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