IL VAMPIRO DI ATLAS ED IL DELITTO DI LILLY LINDESTROM

IL VAMPIRO DI ATLAS ED IL DELITTO DI LILLY LINDESTROM
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La mattina del 4 maggio del 1932, Minnie Jansson, una prostituta di Stoccolma, si recò preoccupata al distretto di polizia, segnalando che da diversi giorni non aveva più notizie della sua amica Lilly Lindestrom.

Entrambe le donne, oltre ad essere colleghe, abitavano nello stesso condominio, nella zona di Atlas, luogo vicino al quartiere a luci rosse di Sant Eriksplam, dove esercitavano la prostituzione.

Nei primi anni del 1900, dopo la prima guerra mondiale, la Svezia sperimentava una depressione economica senza precedenti, con diffusi fenomeni di vagabondaggio, delitti ed omicidi a scopo economico che colpivano le zone più malfamate. Le prostitute che lavoravano in strada erano uno dei bersagli preferiti dai disperati e violenti malfattori. Tuttavia, Lilly non esercitava la prostituzione in strada ma in appartamento. La polizia, per fare luce sul caso, ne forzò la porta di ingresso trovando il corpo esanime della donna riverso a pancia in giù sul letto. All’apparenza, sembrava un delitto come tanti, ma la vicenda era più complessa delle apparenze ed il cold case divenne uno dei più grandi misteri criminali della storia svedese dei primi del novecento.

CHI ERA LA VITTIMA ?

La vittima, Lilly Lindestrom, era nata in Svezia il 29/08/1900. Si era sposata giovanissima e divorziò subito dopo il matrimonio. All’età di ventidue anni decise di trasferirsi a Stoccolma per esercitare il meretricio. Divenne molto amica della sua collega Minnie Jansson con la quale, il 30 Aprile del 1932, decise di organizzare una gita nell’isola di Djurgarden, per partecipare ad una vesta tipica della tradizione svedese.

Alle 18.30 di quel 30 Aprile, Lilly ricevette una telefonata e Minnie sentì una voce maschile dall’altro lato della cornetta. Uscì di casa per fare delle compere e rientrò dopo circa mezz’ora ma l’amica le disse che era impegnata con un cliente. Verso le 19:30 Minnie bussò alla porta di Lilly, per chiederle un profilattico e notò che la donna indossava solo un cappotto e sotto era totalmente nuda. Era evidente che si trovava in compagnia di un uomo.

Dopo questo momento, Minnie bussò ripetutamente alla porta di Lilly alle ore 21, ma non ebbe alcuna risposta. Pensò che l’amica fosse andata a cena o comunque uscita con il cliente senza avvisarla. Fin qui, nulla di particolarmente anomalo, la dimenticanza poteva rientrare nell’ordinario.

Minnie cominciò a preoccuparsi seriamente quando, nei giorni successivi, cercò di contattare invano l’amica. Provò bussando alla sua porta e quindi anche per via telefonica, senza mai ricevere risposta. Chiese informazioni agli atri condomini, ma nessuno riferì di averla vista.

Per questo motivo, il 4 Maggio del 1932 decise di rivolgersi alla Polizia del luogo che, dopo aver forzato la serratura della porta di ingresso, rinvenne il corpo senza vita di Lilly.



LA SCENA DEL CRIMINE

Dai primi rilievi, emerse che la morte si era verificata in conseguenza di una serie di colpi alla nuca sferrati con un oggetto contundente, probabilmente un mestolo da cucina. Il copro di Lilly giaceva a pancia in giù e presentava un profilattico usato nell’ano. Tutto faceva pensare ad una prostituta uccisa dal suo cliente. Il decesso venne ricondotto proprio alla data del 30 Aprile, l’ultimo giorno in cui la vittima era stata vista dall’amica Lilly.

Tuttavia, qualcosa non tornava. L’appartamento era in perfetto ordine, i vestiti della ragazza erano ordinati su una sedia e non vi erano tracce di colluttazione. Inoltre, nonostante l’ampia ferita, vi erano pochissime tracce di sangue sulle lenzuola.

Nel proseguo delle indagini, vennero fuori alcuni strani elementi. Gli esami forensi appurarono che Lilly era stata uccisa con colpi alla nuca e tuttavia l’assassino aveva drenato il sangue, lasciando tracce di saliva sul collo. Vi era un’arma del delitto, vi era una vasta ferita al collo, ma non c’erano tracce di sangue.

Insomma, cominciò a porsi il quesito se il colpevole, come dimostrato dalle tracce di saliva sul collo, non avesse in realtà usato il mestolo per colpire la ragazza bensì per berne il sangue. A supporto di quella tesi gli inquirenti rinvennero un panno da cucina macchiato che, presumibilmente, era servito da fazzoletto.

Dopo queste informazioni, la stampa svedese cominciò ad imputare l’omicidio al “Vampiro di Atlas”. Il modus operando poteva essere compatibile con quello di un serial killer, ma il caso di Lilly rimase isolato ed ad esso non seguirono ulteriori e similari delitti.



LE IPOTESI ALTERNATIVE

Nel corso degli anni si sono susseguite diverse ipotesi, incluse quelle di stampo sovrannaturale, ma accantoniamo il vampirismo e concentriamoci su un’analisi concreta.

Una delle teorie più popolari nacque all’indomani dell’omicidio e vedeva come colpevole un membro della polizia. La logica alla base di questa supposizione derivava proprio dalla grande meticolosità dell’assassino che, in quanto esperto della materia, avrebbe preparato la scena del crimine per confondere i colleghi e depistarli con un’infruttuosa, se non irrealistica, caccia al vampiro. Questo avrebbe senso perché spiegherebbe l’inutile accortezza di riordinare l’appartamento o la necessità di drenare il sangue e creare il mito di un killer sovrannaturale.

Non è da escludere che il colpevole soffrisse della sindrome di Rainsfield, anche nota come vampirismo clinico. Si tratta di una particolare forma di parafilia che si registra in soggetti con un bisogno compulsivo di vedere o ingerire sangue. Sotto quest’ottica il caso di Lilly Lindeström assume una veste psicologica e, soprattutto, rende plausibile lo scenario in cui l’assassino ne beve il sangue.

Su quest’ultimo elemento, però, non ci sono certezze e, al contrario, è possibile che la saliva sul collo fosse il frutto di qualche effusione durante l’atto carnale e che il nostro vampiro abbia semplicemente raccolto il sangue in un contenitore. Perché lo abbia fatto non è dato saperlo

Un’altra teoria interessante, invece, mette in discussione la dinamica dei colpi alla nuca ricevuti da Lilly. Forse derivavano da una determinata pratica sessuale.

Parliamo del Donkey punch, il colpo dell’asino, che consiste nel colpire il partner alla parte posteriore della testa, o alla parte bassa della schiena, per indurre un irrigidimento involontario dei muscoli dello sfintere durante un rapporto anale. Nel caso di Lilly il suo corpo giaceva a pancia in giù, e la collocazione del profilattico lasciava presagire proprio un rapporto anale. Questa dinamica spiegherebbe l’assenza dei segni di una lotta da aggressione e sposta l’accento della vicenda sull’omicidio colposo. In parole povere, si tratterebbe di un gioco erotico finito male, dove l’effetto sorpresa e la troppa foga l’hanno condannata a una morte senza possibilità di reazione.

COSA SAPPIAMO DEL KILLER?

L’assassino aveva preparato la scena del crimine come se già conoscesse l’appartamento; quindi si trattava di un habitué. Quanto alla premeditazione è difficile giungere a una conclusione. Ogni teoria ha un suo punto di vista e spiega una parte dell’omicidio, ma il vero problema è che non tutti gli elementi seguono una determinata logica. Ad esempio l’assenza di fori per l’introduzione di una siringa rende impossibile stabilire come sia avvenuto il drenaggio del sangue. Parliamo di un quadro insolito, con un appartamento pulito, i panni della vittima piegati e la totale, oltre che misteriosa, assenza di macchie. Anche se l’assassino ha bevuto il sangue e ha ripulito tutto, come mai sulle lenzuola non c’erano che poche gocce? Un trauma cranico come quello di Lilly non poteva non generare una pozza di sangue sul letto. In tutta questa storia il condizionale è sempre un obbligo e ogni domanda genera solo un’altra domanda.

Tutto ciò che sappiamo per certo è quanto segue. Quella sera del 30 aprile del 1932 Lilly ricevette un cliente, si distese sul letto e offrì i propri servigi. All’improvviso le arrivò un colpo dietro la nuca. Poi il buio. Il Vampiro di Atlas si rivestì, rimise tutto in ordine e firmò il suo ingresso nella storia della criminologia svedese.

Quel giorno nacque il suo mito; un mito che ancora oggi rivive in una speciale vetrina del Museo della Polizia di Stoccolma, dove sono racchiuse tutte le prove raccolte dagli inquirenti. Nessuno sa chi sia, né perché scelse quel particolare modus operandi. È passato quasi un secolo e l’omicidio di Lilly Lindeström è ancora avvolto nel mistero.


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